A dirlo in queste ore è stato addirittura il governatore Luca Zaia, uno dei cosiddetti “aperturisti” della prima ora, e proprio dal virtuoso Veneto che in questo dramma del Covid si è comportato benissimo. Nonostante i quasi duemila decessi, in quella regione, così come accade in Calabria, sono già un paio di giorni che non si registrano nuovi contagi. Ma il timore che possano partire altri focolai fa tremare le vene ai polsi anche a Roma. Non a caso il ministro Boccia, in vista del prossimo 3 di giugno, ha fatto comprendere che se riapertura dei confini regionali dovrà essere con ogni probabilità si partirà con il via alla mobilità tra regioni con gli stessi bassi tassi epidemiologici, proprio come Veneto e Calabria, ad esempio. La questione, dunque, è la movida, che dopo tante fughe in avanti e passi indietro, sembra mettere d’accordo tutti i governatori. In verità su questa specifica questione dei giovani che dal 18 di maggio si sono precipitati nei bar più rinomati delle nostre città, la presidente Santelli non sembra aver fatto finora commenti. Chi invece sulla questione ha dimostrato severità, come al solito, è stato il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che intanto ha posticipato la riapertura di bar, cantine, locali notturni e via discorrendo dal 18 al 21, ma poi, nella consueta conferenza stampa del venerdì, ha fatto sapere che di fronte alla conclamata incoscienza di molti giovani, in Campania bar e simili dovranno chiudere alle ore 23. Insomma assembramenti e manifestazioni di stupida irresponsabilità di cui si sono resi protagonisti in tutto il paese, giovani e meno giovani, spesso senza mascherina e senza rispetto del distanziamento previsto, in Campania non potranno essercene. Alle 23 tutti fuori dai locali e possibilmente a casa. Ma c’è di più, De Luca non solo ha chiesto al ministro dell’Interno di dare direttive alle forze dell’ordine affinché producano uno sforzo straordinario per controllare lo spaccio degli stupefacenti, l’uso esagerato di alcol, il regolare uso delle mascherine e scongiurare ogni possibile assembramento, ma ha lanciato una più che condivisibile campagna che ha denominato significativamente “cafoni zero”.

“Per quanto riguarda la movida – ha spiegato – noi dobbiamo cogliere questa occasione per umanizzare i momenti d’incontro dei ragazzi, fare in modo che la sera non si rincretiniscano, che non ci siano solo rumori, ammuina, al punto che non si riesce piĂą nĂ© ad ascoltarsi nĂ© a parlarsi. Ecco, vorremmo far partire una campagna di valore internazionale “no boor, cafoni zero”  Sarebbe una bella occasione per far crescere lo spirito civico. Dobbiamo sapere che da oggi in poi ci salviamo se ci saranno comportamenti corretti, perchĂ© non potremo controllare tutto. Tutelate i vostri figli, le vostre madri e i vostri padri – ha chiosato –  altro che feste, festini, carnevale e pippe varie. Quando prendiamo certe misure non lo facciamo a cuor leggero. Ma quando vedete le immagini di migliaia di ragazzi assembrati senza mascherina, che cominciano a bere tutti dalla stessa bottiglia, voi che cosa fareste? Prendiamo certe decisioni per tutelare la vita dei vostri cari e per impedire che si torni alla chiusura di tutto”

I bar, dunque, riaprono, anche in Calabria, ma una campagna “cafoni zero” per stroncare sul nascere ogni irresponsabile comportamento fuori dalle regole e dal rispetto della vita degli altri, oltre che della propria, sarebbe assolutamente auspicabile. Va bene gli interessi degli esercenti, che si trovano in una condizione di fortissimo e oggettivo disagio e si spera possano per questo, percepire con immediatezza gli aiuti previsti, ma intervenire su questi fenomeni che possono costituire un gravissimo strumento di diffusione del virus, magari attraverso una regolamentazione dell’orario di chiusura, appare assai utile. Una campagna come quella della Campania sarebbe anche occasione per far comprendere ai nostri giovani che droga ed alcol sono pericolosi almeno quanto il coronavirus, che, peraltro, non è certo scomparso.

 Per citare lo stesso De Luca “è tempo di lasciar perdere la poesia e di tornare alla prosa”