A tutt’ oggi questa unanimitĂ  non c’è. Con il candore che gli deriva dall’etĂ  e dall’antica insofferenza per i compromessi, Daniel Cohn-Bendit, leader del 68 francese, poi dei verdi europei, ha detto al Corriere della Sera che se Olanda, Austria, Danimarca e Svezia impediranno il varo del recovery fund, l’Unione europea dovrĂ  avere il coraggio politico di metterli alla porta, “Siamo stati per anni ostaggio della Gran Bretagna, dopo la Brexit non possiamo rimanere appesi ai no dei Paesi Bassi o dell’Austria. Se preferiscono uscire dall’Europa – ha detto Cohn-Bendit – se ne prendano le responsabilità”. Non è una voce isolata. Nell’Unione sono ormai in molti a pensare che sia meglio separarsi che morire soffocati dalla norma che concede a ciascun paese il diritto di veto, conferendo dunque lo stesso potere ai 500 mila maltesi e agli 83 milioni di tedeschi. Da Junker a Enrico Letta, molti hanno chiesto di rivedere questa regola in apparenza democratica ma in realtĂ  profondamente stupida. Da tempo è chiaro che è difficile stare insieme se i regimi fiscali sono diversi, ma per l’opposizione di Svezia, Malta, Lituania, Lussemburgo e Olanda non è stato mai possibile mettere mano al problema. Quando poi si è trattato di dividersi equamente le responsabilitĂ  in tema di immigrazione, il veto dei paesi ex sovietici ha impedito soluzioni ragionevoli e condivise sul tema degli sbarchi. Adesso il veto rischia di provocare un danno irreparabile ai paesi messi in ginocchio dall’epidemia, Italia e Francia in testa. Per questo diventa irresistibile la tentazione di tagliare il ramo sui cui loro – i frugali del nord – sono seduti.