di Rossella Palmieri

Colui che “anch’io sono un po’ psicologo”, come se bastasse solo saper ascoltare e dare qualche consiglio per esserlo; colui che “già ha capito come sono fatto?”

oppure “mi garantisce che mi dà la soluzione?”, come se si possedesse una palla di cristallo o una bacchetta magica, frutto di profondi e reconditi pregiudizi.

Ed invece né l’una né l’altra cosa, perché per diventare psicologo bisogna studiare almeno cinque anni (se tutto va bene), fare tirocini formativi professionalizzanti (non pagati) per tante ore, fare l’esame di abilitazione (altrimenti rimani “solo” dottore in psicologia).

E se poi (da psicologo) vuoi proprio capire che vuol dire fare lo psicologo, allora forse è meglio continuare a studiare per diventare psicoterapeuta e seguire una scuola di specializzazione di altri quattro anni (ben diversa dal fare la specialistica), continuare tirocini non pagati e proseguire nella formazione sempre, perché i malesseri, i sintomi, i disturbi sono in continua evoluzione con i tempi.

Probabilmente, proprio perché al centro della psicologia si trovano il comportamento e le relazioni umane, i sentimenti e, quindi, qualcosa con cui ognuno di noi ha dimestichezza, forse tutti pensano di intendersi un po’ della materia che, al contrario, non risulta essere di semplice fruibilità proprio per le enormità di variabili con le quali si viene a contatto. Se si pensa al solo fatto che anche una sindrome clinica diagnosticata è diversa da paziente a paziente si può cominciare solo lontanamente ad immaginare quale impiego di energie mentali uno psicologo deve mettere in campo quando passa da un’ora all’altra.

Inoltre, non va dimenticata la preziosissima capacità del creare un buon rapporto di fiducia con il paziente, al fine da far sentire quest’ultimo in uno “spazio” ed in un “tempo” in cui può aprirsi pienamente e senza la paura di essere giudicato.

E, naturalmente, non si può tralasciare nulla durante una seduta: parole dette, quelle non dette, i toni di voce, gli sguardi, i movimenti muscolari piccoli, i gesti più eclatanti, tutto va a comporre un puzzle che serve a far arrivare quanti più messaggi possibili, che rimandati nella maniera più idonea generano nel tempo consapevolezza nella persona che abbiamo di fronte.

Consapevolezza? E perché? …

Perché un individuo consapevole è un individuo che si conosce bene: sa cosa gli piace e cosa non gli piace, quali sono i suoi pregi e suoi difetti e se vuole lavorare su qualcuno di questi oppure se gli piace essere proprio come è (anche con quei difetti). Un individuo realmente consapevole è, generalmente, un individuo responsabile, artefice della propria vita nel qui ed ora, un individuo “non fortunato” ma che si costruisce la propria vita, un individuo che sceglie e, quindi, un individuo libero.

Spero, quindi, si comprenda bene il perché lo psicologo non dia consigli, come fanno gli amici, e che non ascolti semplicemente degli sfoghi, come fanno coloro che “anch’io sono un po’ psicologo perché so ascoltare”. Lo psicologo ascolta attivamente, apre a nuovi punti di vista, ma non “strizza i cervelli” e non è il “medico dei pazzi”; al contrario è colui che, nonostante grandi o piccoli malesseri, ha a che fare proprio con i più coraggiosi. Coloro che infatti arrivano dallo psicologo sono quelle persone che, con grande fatica, sono disposti a nuotare nel mare del proprio inconscio; coloro che si danno la possibilità di mettersi in discussione o mettere in discussione la propria modalità di vita, coloro che sono aperti al cambiamento… e nulla di tutto ciò è semplice.

E’ bene, inoltre, sottolineare dal mio punto di vista che, tutto ciò che lo psicologo fa e dice, ha alle spalle una mole di letteratura scientifica psicologica su ogni argomento, quello dello psicologo non è una professione fondata sul buon senso personale dello psicologo stesso, né sul pensare comune o sulle proprie personali opinioni, ma su dati che provengono da decenni di studi sperimentali o di osservazioni cliniche.

E nel periodo della pandemia? Quale ruolo può aver avuto lo psicologo e quali difficoltà sono state maggiormente portate dalle persone?

Diciamo che, dopo una prima fase di isolamento forzato, nella quale abbiamo prima dovuto realizzare ciò che effettivamente stava succedendo e durante la quale molti si sono dedicati alle pulizie, all’ordinare, al fare finalmente “quel lavoro che avevo in mente da anni”, oppure alla cucina ed ancor meglio all’impastare, successivamente sono arrivate le fasi più dure, quelle che hanno avuto una reale e maggiore ricaduta sulla mente. La paura del contagio, un livello di attenzione aumentato, ma anche le restrizioni e le preoccupazioni per il futuro sono stati argomenti centrali dei colloqui. La “sindrome della capanna”, ovvero la paura di uscire da casa (posto percepito inizialmente come prigione, ma poi come fortezza e posto sicuro) è stata nominata da tutti e spiegata in variegate sfumature (naturalmente non solo da psicologi) In effetti, l’esperienza del coronavirus, ha messo ancora una volta al centro la necessità di prestare maggiore attenzione ai bisogni psicologici e, da inguaribile ottimista mi auguro che la pandemia abbia da qualche parte un risvolto positivo e porti alla professione dello psicologo il giusto riconoscimento.