di Roberta Croce

Il 25 novembre è stata la  giornata internazionale contro la violenza sulle donne voluta fortemente dall’ONU il 17 dicembre 1999. Presi dall’emergenza epidemiologica, l’evento passa

quasi in sordina. In Italia negli ultimi dieci mesi di lockdown, è stata uccisa una donna ogni tre giorni. Nell’ultimo anno morte ben 91 donne. Un fenomeno in costante aumento nel nostro Paese rispetto agli anni precedenti. Raccapricciante… I fatti di cronaca, mediaticamente rilevanti, fanno notizia, sviluppano la curiosità del momento. Ma quanto della sfera privata non emerge, per vergogna, paura, per retaggio culturale! Perché la società non ascolta.

Non le fa comodo o siamo, semplicemente, secondo Zygmunt Bauman,  una generazione di superficiali, spaventati dal sistema della complessità.

Il ministero ha invitato nella settimana dal 23 al 27 tutte le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado a promuovere iniziative sul tema della violenza di genere. Poca risonanza. Quali iniziative sono state promosse per sensibilizzare i ragazzi nelle scuole o l’opinione pubblica in un momento emergenziale come quello che stiamo vivendo? Presi dalle difficoltà della didattica digitale integrata, singolari sono stati i docenti che hanno speso un pensiero o una riflessione a riguardo.

La giornata da poco trascorsa ci induce a riflettere su un’importante emergenza pubblica che nessuno riesce a risolvere, tantomeno ad affrontare. E’ diventato anche scomodo parlarne. Quante denunce,  quanti sogni infranti, quante richieste d’aiuto, quante barriere di natura sociale e culturale da varcare, quanti stereotipi e pregiudizi sessisti. Essere donna, ancora oggi, significa superare continui ostacoli, stereotipi e pregiudizi. Significa ancora essere sole e discriminate. Anche l’espressione “femmnicidio” risulta discriminante.

Ma indipendentemente da un problema di genere, è sulla cultura della  violenza che dobbiamo soffermarci, sull’aggressivitĂ  sociale che dilaga nelle nostre comunitĂ , che si riflette ormai in ogni ambito: nella comunicazione pubblica e privata, sui rapporti quotidiani o sulla mancanza di rispetto nelle relazioni, qualunque esse siano, che si trasformano, apertamente, in veemenza, rivendicazioni, atteggiamenti svalutanti o in comportamenti inevitabilmente irascibili, ostili e violenti.

Siamo legittimati a vivere di rabbia, di aggressivitĂ , a difenderci sempre e comunque, persino da noi stessi. Anche le istituzioni  non mostrano sicuramente esempi fulgidi. La violenza è l’espressione di un processo vitale che pervade la nostra cultura. Ma le ripercussioni, le nefaste conseguenze sui sistemi complessi in cui tutti operiamo sono raccapriccianti. La violenza, in qualunque performance, esprime modelli culturali discriminanti e discriminatori che ormai appaiono scontati. GiĂ  solo il linguaggio, così come ogni forma di comunicazione è il mezzo attraverso cui strutturiamo le relazioni e può esprimere modelli culturali discriminanti. Serve necessariamente avere un approccio diverso della societĂ , una visione “emotiva” della realtĂ  che ci circonda, radicare quella cultura della non violenza che Marshall Rosenberg struttura attraverso la comunicazione empatica. L’accettazione di  comportamenti incongruenti col sistema di valori piĂą tradizionale, come giĂ  Carl Rogers rilevava, deve inevitabilmente portare l’individuo a trovare un equilibrio nella struttura del proprio sĂ©, volto all’autodeterminazione. E qui entra in gioco chi ha il difficile compito di indirizzare le giovani generazioni verso la cultura della non violenza, verso modelli culturali piĂą saggi e oculati, che trasmettano sicurezze e consapevolezze rassicuranti, che rendano ogni singolo individuo sicuro e sensibilmente empatico verso il prossimo, senza  timore di giudizi,  per imparare ad agire da persone consapevoli, capaci e responsabili di realizzare i loro sogni nel pieno rispetto degli altri, di qualunque sesso, cultura, credo essi siano.