di Mariangela Maritato

Al centro della pandemia nell’anno del Covid19 e del collasso della sanitĂ  pubblica dissanguata negli anni da investimenti e commesse private secondo uno schema passato alla

storia come “Modello Lombardia”, epicentro dell’ondata pandemica in un’Italia impreparata a fronteggiare un nemico tanto microscopico quanto pericoloso secondo un protocollo unico e condiviso per contenere un rischio che, secondo il Mea Culpa della comunitĂ  scientifica, poteva essere previsto e calcolato. Il senso di impotenza e di rassegnazione alla morte, la resilienza e l’isolamento sociale come prevenzione ma anche la paura dell’altro, il controllo di massa e il caos

informativo incapace di dare una risposta adeguata – secondo  uno schema logico di non contraddizione – ad un’ansia crescente come i numeri nei bollettini della morte e dei contagi soprattutto nei luoghi adibiti alla cura divenuti paradossalmente i principali focolai, dai pronto soccorsi alle case di riposo.

La libertĂ  controllata e negata senza adeguate risposte pubbliche che seguissero la logica epidemiologica della diffusione, del contenimento e del controllo computazionale.

Il cambio di abitudini negli spostamenti e dell’affidamento quasi esclusivo ai  propri mezzi privati per una crescente sfiducia in quel pubblico e in quel territorio sconnesso con la propria dimensione sociale e contrattuale piĂą autentica perchĂ© garantire sicurezza vuol dire prima di tutto prevenire e curare. Quella innescata dal Coronavirus Sars_Cov2 è una crisi sistemica che ha messo in evidenza non solo le falle del sistema sanitario pubblico nazionale ma dell’intero sistema politico ed economico accentuando le differenze e le diseguaglianze sociali di un modello liberista che anche di fronte all’esigenza di un welfare per tutti ha creato di fatto corsie preferenziali, di testing e di cura.

Venendo meno il tracciamento computazionale e la certezza dei numeri e dei dati – la spiazzante confessione del presidente del Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo sul fatto che in Italia non si distinguono i morti da Covid e con Covid – ha delegato ogni speranza di uscire dalla crisi alla campagna di vaccinazione in un’ottica strategica e comunitaria che ha riportato ottimismo presso la comunitĂ  scientifica a prescindere dai risultati certi ed oggettivi per i quali bisognerĂ  attendere i primi mesi del 2021.

Nonostante il nostro Paese sia stato tra i primi ad aver isolato allo Spallanzani di Roma l’Rna del Coronavirus, non è stato in grado di sviluppare in tempi brevi risposte autonome rispetto alla comunitĂ  internazionale che non siano  misure di contenimento e limitazione della libertĂ  di circolazione, con inchieste giudiziarie in corso atte a individuare le responsabilitĂ  penali in merito alle morti che ci pongono ancora oggi sul triste podio europeo mettendo in evidenza la necessitĂ  di essere trainati fuori dal pericolo secondo le medesime logiche che lo hanno innescato.

Sin dall’inizio dell’epidemia è stato ricondotto – a novembre da pubblicazioni scientifiche sempre piĂą attendibili – è sembrato di trovarsi in balia del caos con una percezione molto bassa del pericolo tradotta in dispositivi e misure biomediche inefficaci nei confronti di una minaccia batteriologica definita dai massimi esperti di sicurezza al mondo “il nucleare dei poveri” e risposte politiche controproducenti  come un lockdown che ha mietuto morti  per inefficienza anche per patologie gravi declassate a patologie di serie B a cui ha fatto seguito una riapertura senza controlli e limitazioni adeguate per scongiurare la chiusura delle scuole a settembre e l’avvento di una didattica a distanza che ha accentuato ancora di piĂą le diseguaglianze sociali e il gap tecnologico in un’ottica di “accesso” ai principali diritti democratici, come quello all’istruzione. La gestione superficiale e divisa da schieramenti politici dell’emergenza ha accentuato le differenze territoriali e regionali e la mancanza di responsabilitĂ  e di posizioni comuni ha alimentato la disinformazione e il dissenso nei confronti di ciò che è apparsa a frange di estremisti e negazionisti come una sorta di “dittatura sanitaria” in perfetto stile cinese, ma senza l’osservanza delle regole alle quali la popolazione cinese è portata per cultura, tradizione e regime. Persino la corrispondenza scientificamente provata tra inquinamento atmosferico ed aumento del contagio non ha portato a misure o limitazioni, fuori dal lockdown, tali da limitare emissioni ed inquinamento su scala locale. Le conseguenze evidenti dell’assenza di un piano pandemico nazionale ha accentuato localismi ed individualismi rimandando all’autonomia locale e al buon senso la gestione del protocollo minimo di sicurezza. Solo la campagna vaccini anticovid – saltate le indicazioni epidemiologiche che avrebbero dovuto portare ad una gestione pubblica e accurata del testing, del trattamento e del tracciamento in ottica di controllo e previsione del rischio –  appare come l’unica via d’uscita dallo stato di emergenza in un’ottica di politica comunitaria e globale ma sarĂ  necessario rivedere alla base il modello politico, economico e finanziario che l’ha innescato, a partire dalle politiche ambientali e sociali. Uscire migliori dalla crisi vuol dire riconquistare una dimensione di appartenenza alla comunitĂ  e di welfare pubblico come stabilito dall’accordo di Parigi del 2015 e avendo chiari gli obiettivi dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, sintesi perfetta di un progetto democratico che partendo dalla lotta alla povertĂ , alla fame e alle diseguaglianze vede nella salute e nel benessere un tassello fondamentale e prioritario di ogni stato civile e di diritto che la pandemia ha solo momentaneamente posto in stand -by.