L’interrogativo è semplice quanto attuale: riuscirà il nuovo segretario del Partito democratico a renderlo un partito…alLETTAnte? Il calembour, per quanto gracile, serve a sdrammatizzare una situazione esplosiva che si trascina dal 2007,

anno della fusione (molti sostengono “ a freddo”…) tra  Democratici di sinistra (Ds) – eredi del PDS (Partito democratico della sinistra, che -come diceva Il manifesto-aveva sepolto il vecchio Partito comunista sotto una quercia…) e della Margherita, anch’essa giovane formazione liberale e riformista figlia del Partito popolare italiano, che aveva “scudato” la vecchia Democrazia Cristiana dopo i disastri di Tangentopoli. Dunque l’idea, che poteva e doveva essere vincente, era quella di formare un polo progressista, che mettesse insieme culture e  tradizioni socialiste e cattoliche, con vocazione maggioritaria. Ovvero superare le frammentazioni. E qui il primo grande paradosso, come dimostrano i recenti fatti. Le anime politiche diverse anzichĂ© fondersi si sono sedimentate, cristallizzate, stratificate. E richiamano i vecchi partiti di origine. PiĂą che sulle divisioni culturali ed ideologiche, di metodo e di strategia, come avveniva nel vecchio PCI, partito

di opposizione, il riferimento di oggi sembra orientato verso quelle della vecchia Dc, partito al potere, dove fu necessario addirittura creare un apposito manuale –il “Cencelli”- per distribuire posti di governo e di sottogoverno tra le varie componenti. Queste avevano la capacità di orientare un congresso e di spingere il partito accaparrandosi tessere e delegati. Il passato che ritorna, perché non è mai morto. So bene che si possono aprire dibatti sulla opportunità di evitare unanimismi, pensiero unico, unità apparente e tutto il resto. Siccome dobbiamo procedere per titoli sennò viene fuori un romanzo- ricordo soltanto che un autorevole esponente del Partito Comunista soleva ripetere – a difesa di posizioni diverse e anche contrastanti sul rapporto con la vecchia Urss (ad esempio sui fatti di Ungheria e Cecoslovacchia)- soleva ripetere: non siamo un partito “monolitico”. Argomentando, da uomo colto qual era, che l’origine del termine era greca e che “monos e lithos” significavano rispettivamente uno e pietra, domandava: ma la pietra ragiona?, e- aggiungeva- noi siamo un partito unito, uno ma vogliamo ragionare.

Dal ragionamento dunque  nasce il confronto e la divisione. Dal ragionamento. Dalle idee. Dalle analisi diverse. Dalle valutazioni. Ogni riferimento, dunque, alla situazione attuale è proprio fuori luogo. Allora arriviamo all’oggi. Nel giovane partito democratico ci sono diverse correnti. Ai tempi di Matteo Renzi, ricordo che personalmente ne contai una ventina. Sì proprio come quel diagramma denominato “rosa dei venti”, che serve ad indicare da quale direzione arrivano. Ai quattro punti cardinali i dirigenti democratici ne hanno “democraticamente” aggiunti altri, molti altri. E se le analisi statistiche delle “rosa” vengono utilizzati in meteorologia per capire velocitĂ  e direzione, in politica le stesse vengono usate per distribuire cariche ed incarichi e parare colpi ..sinistri. Allora, per quanto se ne possa sapere – prima dell’elezione di Enrico Letta- la situazione nel Partito Democratico era questa: facevano parte della maggioranza, quella dell’ex segretario Nicola Zingaretti, AreaDem, che fa riferimento al ministro Dario Franceschini e Dems, con a capo il neo ministro Andrea Orlando. Due ministri, dunque. Un ministero è toccato anche alla maggiore corrente di minoranza, Base riformista, con Lorenzo Guerini. Sono ex renziani, ma non si può dire. Se li chiami così ti tolgono il saluto. Poi ci sono i “giovani turchi”, la cosiddetta ala sinistra, dell’ex commissario romano Matteo Orfini ( quello che decise la fine di Ignazio Marino, come sindaco di Roma). Ma sui giovani turchi torneremo tra poco, perchĂ© hanno una storia e perchĂ©, ne facevano parte una volta, tra gli altri, anche Stefano Fassina e lo stesso Andrea Orlando.

Ma concludiamo qui con la radiografia correntizia, quella conosciuta: c’era anche “Fianco a fianco” nata quando Maurizio Martina fu stato costretto all’interim per le dimissioni di Renzi, una parentesi. Poi chiusa.  Quella che non è una parentesi, ma una spina nel fianco, fin dai tempi del PDS di Massimo d’Alema, è la “squadra” dei sindaci. Ricordate la definizione dalemiana dei “cacicchi”? Bene, insieme con i presidenti di Regione e qualche altro luogotenente “nostalgico” di Renzi hanno contribuito non poco a determinare la situazione che ha portato alle clamorose dimissioni di Nicola Zingaretti.

Ma analizzare il perché ed il per come ci porterebbe lontano. E poi ciascuno potrà liberamente avere ed esprimere la propria opinione. Quel che un cronista – e non un analista politico- deve raccontare sono i fatti, recenti o “storici”. Ed allora torniamo ai “giovani turchi”, una denominazione che affonda le radici nella storia ottocentesca, e fa riferimento a un movimento politico turco, ispirato alla Giovane Italia di Giuseppe Mazzini. Puntavano a trasformare l’Impero ottomano in una monarchia costituzionale. Gli storici raccontano che quando riuscirono ad imporsi il loro nuovo ciclo portò in pratica ad un fallimento ed alcuni loro dirigenti si macchiarono di gravi colpe, come il genocidio degli armeni, durante la prima guerra mondiale. Con questi presupposti e, forse, anche guardando lontano un giornalista battezzò così i giovani politici sardi, capeggiati da Francesco Cossiga e Giuseppe Pisanu che – inaspettatamente- vinsero il congresso della Democrazia Cristiana di Sassari nel 1956. Beh, la storia recente poi ci ha raccontato del presidente “picconatore” e ministro dell’Interno durante il rapimento di Aldo Moro e dell’altro ministro dell’ Interno, Beppe Pisanu, responsabile secondo il suo referente politico Silvio Berlusconi di non aver impedito presunti “brogli elettorali” che portarono alla vittoria l’Ulivo di Prodi per una manciata di voti nel 2006.

Scomparsi dalla Dc i “giovani  turchi” tornano nel Pd di Bersani. Andrea Orlando, nominato commissario del partito a Napoli dopo lo scandalo delle “primarie”  annullate ( concorrevano per la candidatura a sindaco di Napoli tra gli altri Andrea Cozzolino, Umberto Ranieri e Libero Mancuso) non riesce a sanare le divisioni, forse le aggrava. ChissĂ , certo è che quando lascia la federazione napoletana è piĂą lacerata che mai. Bis scandaloso nelle primarie “a pagamento”, che sancirono la prima sconfitta politica di Antonio Bassolino. Colpito non solo dal fuoco amico, ma da coloro ai quali aveva spianato l’ingresso in politica. Oggi è difficile dire come si comporterĂ  il nuovo Pd con lo stesso Bassolino, uno dei fondatori del partito, costretto a non rinnovare la tessera, ma che ha giĂ  ribadito la sua volontĂ  di mettersi al servizio della cittĂ . Dieci anni di degrado e di abbandono che possono essere recuperati soltanto da chi oltre venti cinque anni fa seppe convincere i napoletani a riscoprire il “proprio orgoglio”, a partire dal G7 del 1994 deciso da Azeglio Ciampi proprio per riconoscere il ruolo della “cittĂ  nuova”. Ma questo è  solo uno dei nodi che si ritroverĂ  a dover affrontare il neo segretario Enrico Letta. Le prossime elezioni in cittĂ  come Milano, Torino, Bologna, Roma tanto per citarne alcune insieme con Napoli, formeranno un groviglio di intrighi e di interessi tali da imporre un taglio netto, come fece Alessandro Magno per liberare il carro di Gordio. RiuscirĂ  Enrico Letta a diventare Enrico Magno? Per adesso ci prova. Ha deciso i due vice segretari –un uomo ed una donna- senza consultare nessuno. Tempo al tempo.

Giuseppe Mariconda