Nessuno sa se Salvini, rinviato a giudizio il 17 aprile scorso dal Gup del tribunale di Palermo, Lorenzo Iannelli, su richiesta della procura della Repubblica dello stesso capoluogo siciliano, guidata dal procuratore capo Francesco Lo Voi, per i reati di sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio, verrà

ritenuto colpevole o del tutto innocente. I fatti, com’è noto, risalgono al mese di agosto del 2019, quando il segretario della Lega impedì l’attracco a Lampedusa della nave della ONG spagnola Open Arms e il conseguente sbarco di 147 migranti tenuti per sei giorni in attesa in mezzo al mare. L’avvio del dibattimento è fissato per il prossimo 15 settembre ma verosimilmente ci vorrà del tempo per sapere se l’ex ministro degli Interni agì in autonomia e sulla base delle proprie convinzioni o in accordo con il governo dell’epoca guidato da Giuseppe Conte. In partenza Salvini rischia una condanna pesante ma è chiaro che questa volta prima dell’accertamento della verità e dell’eventuale colpevolezza dell’imputato, la questione gira intorno ai limiti, posti dai codici e dalla

costituzione, all’autonomia politica di un ministro. Per il centrodestra e gli elettori leghisti, ma non solo per la verità, Salvini ha agito nel perimetro della legalità e in forza di un mandato politico, facendo gli interessi dello Stato italiano, e il potere giudiziario, secondo i principi della separazione dei poteri dettati da Montesquieu, non può invadere il campo mettendo sub iudice il potere esecutico nel pieno esercizio delle sue funzioni, i cui indirizzi sono declinati anche nel programma elettorale e assorbiti nella collegialità dell’azione di governo. Senza farsi prendere dalla diffusa faziosità di maniera che affligge gran parte degli esponenti delle forze politiche, bisogna dire che il dibattito non si regge sul nulla, tutt’altro. Che sia saltata la linea di demarcazione netta tra i poteri dello stato è un tema concreto, oramai annoso e degno di essere affrontato con serietà e urgenza.   

E tuttavia che Matteo Salvini ci giochi un po’ troppo sull’autonomia d’azione della politica è piuttosto evidente. La strategia è quella di stare perennemente sul crinale, dicendo e non dicendo, ostentando determinazione e coraggio delle proprie idee per poi cercare sostegno e condivisione nei momenti di difficoltĂ , utilizzando ogni esercizio retorico a sua disposizione, attingendo sapientemente nel piĂą popolare dei vocabolari, intriso di luoghi comuni e voli pindarici, per riposizionarsi, magari, come vittima di una congiura. Ma, sia chiaro, non è uno sprovveduto, non può esserlo uno che ha preso in mano un partito praticamente finito, affondato assieme al suo fondatore, distrutto mediaticamente dall’onta dei 49 milioni di euro spariti nel nulla (e da restituire in comode rate annuali da 600.000 euro), circoscritto in poche regioni del Nord e da lui portato ad essere la prima forza politica del paese. Sa, Salvini, come toccare le corde di una parte degli italiani, come sollecitare gli animi, come travestirsi da oppositore pur stando dentro le maggioranze. Ne è conferma piena questa storia delle riaperture che il segretario della Lega continua ad agitare da mesi, ringraziando il cielo incidendo poco sulle decisioni dell’esecutivo e nulla sul Comitato Tecnico Scientifico, regalando l’immagine del Masaniello del ventunesimo secolo a qualche milione di partite Iva. In realtĂ  sa bene che quando e come si riaprirĂ  lo decide solo il virus e non i decreti, e che nessuno al governo, di cui lui fa parte, è così folle (o almeno lo si spera…) da agevolare fughe in avanti rispetto al raggiungimento di una soglia di vaccinazioni sufficientemente rassicurante. Finire dritti in una terza ondata pandemica, mentre ancora la seconda è in pieno svolgimento, comporterebbe altre decine di migliaia di morti, la definitiva debacle del sistema sanitario e, questo si, il default del paese. Lo ha detto chiaramente Mario Draghi, che sulla crociata contro Roberto Speranza, peraltro, ha immediatamente spento ogni velleitĂ  dell’opposizione interna ed esterna: le riaperture progressive e ponderate, a partire dal 26 aprile, saranno legate al numero delle vaccinazioni praticate e ai comportamenti degli italiani che, tanto per intenderci, se dovessero essere quelli degli ultimi mesi imporrebbero una prosecuzione dei blocchi.  Così come il capo della Lega sa altrettanto con certezza che quando afferma “lo cancelleremo” riferendosi al coprifuoco previsto fino a giugno, dice una ovvietĂ  siderale perchĂ© prima o dopo quella restrizione, così come le altre, sarĂ  sicuramente rimossa, al di lĂ  dei suoi proclami e della sua chiamata alla “guerra santa” La questione è in quali tempi, che non saranno brevi, come i titolari di partita Iva comprensibilmente auspicano. E tuttavia egli tenta di accreditarsi come l’unico strenuo difensore delle ragioni dei titolari di quest’ultime, capace di sfondare le mura della rocca in cui si sarebbe asserragliato la fantomatica gang dei nemici dell’economia, delle aziende e dei professionisti. Ora, che una parte importante del mondo delle attivitĂ  produttive stia attraversando un periodo di grande sofferenza è indiscutibile, ma che nell’appellarsi al dissenso pacifico, si finisca per strumentalizzare il disagio acuto, strizzando l’occhio alle manifestazioni non autorizzate, che finiscono, loro malgrado, per sfociare in assembramenti e tafferugli, e alle aperture dei negozi benchĂ© vietate, a fronte dei 400 decessi giornalieri che mediamente ancora si registrano in Italia, al fine di recuperare consenso, appare davvero inaccettabile e per certi versi incomprensibile.

Ma per fortuna non sarà così e si riaprirà dal 26 di aprile in poi, con progressività e nella misura che i numeri dei contagi, dei decessi e dei vaccinati consentiranno. Al di là della propaganda.

Rino Muoio