Si è concluso il “campionato delle scatole cinesi”. Il riferimento non tanto agli occhi a mandorla degli azionisti di squadre blasonate ma proprio in collegamento con l’intrigo di interessi che si scoprono man mano che si aprono questi contenitori che sono diversi dalle “matrioske” russe. In quest’ultime, si sa, le bambole sono cave e di diverse dimensioni. Una certezza, man mano che si aprono compaiono quelle più picole.

Dalle scatole cinesi, invece, emergono sorprese che possono essere più grandi, più piccole, più entusiasmanti o più demoralizzanti. Insomma un coacervo di interessi e di strutture, proprio simili a quelle di alcune grandi aziende che, per occultare illecitamente capitali, ricorrono ad una serie di società finanziarie internazionali collegate l’una all’altra. E cominciamo proprio dalla squadra più Internazionale che c’è in Italia. Quella Inter che si è fregiata del titolo di campione d’Italia dopo un’attesa durata undici anni. La prima cosa che appare è la soddisfazione di migliaia di appassionati che hanno festeggiato prima in piazza e poi allo stadio nonostante i pericoli di assembramento. Alla gioia, come al cuore, non si comanda. Ma è tutta felicità quella che traspare? Non sembra. In fondo in un angolino della scatola c’è preoccupazione e, forse delusione, se si discute sulla permanenza dell’allenatore e lo stesso Antonio Conte confessa che sono stati due anni durissimi e- a tratti- anche amari per un reduce non solo dai trionfi inglesi con il Chelsea (per non parlare di quelli juventini…) ma anche dalle vittorie in tribunale londinese che gli hanno consentito di incassare indennizzi milionari. E ora? Ora forse anche per far fronte a tutti i debiti accumulati il cinese Sunnin ha trovato un partner disposto a “prestare” 275 milioni di euro attraverso la Great Horizon, una controllata di Sunning, che è il gruppo che detiene la maggioranza del club milanese con oltre il 68 per cento. Roba da scatole cinesi, appunto. E forse in fondo, in fondo un ridimensionamento è urgente e necessario.

E ai cinesi fa riferimento anche la seconda classificata, quel Milan che aveva reso Silvio Berlusconi il presidente più vincente d’Europa e forse del mondo. Anche qui tanto entusiasmo dentro e fuori dal campo di gioco, ma di chi è il Milan? Dopo l’insolvenza del proprietario cinese e l’avvento del fondo Elliott, restano molti interrogativi. Compare, come riportato da Report, una nuova società: Blue Skye. E questi interrogativi non sono mai stati risolti. Un’altra delle tante “scatole” orientali. Continuare ad addentrarsi in questa selva inestricabile servirebbe a poco anche perché richiederebbe esperienza nel campo, capacità investigativa ed analisi finanziare che solo i più addestrati componenti delle “fiamme gialle” potrebbero venirne a capo. Ma perché mai? Il gioco del pallone coinvolge, unifica e divide l’intero paese. E soprattutto distrae.

D’altra parte i tempi sono cambiati: oggi si parla di quotazioni ed investimenti in borsa, azionariato popolare, modi eleganti per dire che il gioco del calcio è diventato un vero business, ovvero una impegnativa e redditizia attività commerciale. E non che fosse molto diverso negli anni del dopo guerra… Quelli che venivano battezzati “ricchi scemi” insieme con la passione del calcio mischiavano interessi personali: chi doveva defalcare dalle tasse gli immensi proventi della società che amministrava ( e qui niente di nuovo rispetto ad oggi…), chi aveva bisogno di unire sport e politica per governare istituzioni locali e nazionali;  chi otteneva licenze edilizia per nuovi rioni o villaggi turistici in cambio di qualche amichevole con squadrette locali e la prestigiosa squadra che presiedeva; chi utilizzava la società di calcio per costruire stadi e via raccontando. Un business anche allora, ma di dimensioni più modeste anche perché ingaggi e stipendi erano di livello assai sopportabile rispetto ad oggi. A fine carriera, soleva ripeteva Luis Vinicio, uno dei campioni più apprezzati degli anni sessanta, se “andava bene ti ritrovavi con un paio di appartamenti ed una tabaccheria”. Oggi servono proprio le grandi finanziarie e le “scatole cinesi” per competere ad alto livello. E non solo in Italia. Qui da noi non sono arrivati gli sceicchi con i loro petrodollari, come si chiamavano una volta. Basta solo aspettare. Ma oltre alle novità di tipo finanziario e societario quali cambiamenti ha prodotto il campionato appena concluso? Dire che è stato un campionato di calcio “anomalo”  potrebbe urtare la suscettibilità degli interisti che hanno visto concretizzarsi il miraggio della vittoria, ma soprattutto della interruzione del dominio quasi decennale della più grande rivale, la Juventus. Questa società ha commesso un grave errore di valutazione: ha tentato di ripetere l’era Trapattoni, affidandosi – come allora- ad un neofita della panchina, Andrea Pirolo, grande calciatore ma coach senza esperienza. All’epoca l’esperimento funzionò perche presidente era Giampiero Boniperti che poteva anche dare qualche consiglio avendo calcato- e con grande onore- i campi di calcio. E gli spogliatoi… Andrea Agnelli ha potuto affiancare solo il cognome, certo significativo anche nel mondo dello sport, ma privo di esperienze specifiche. Anche perché – bisogna dirlo, anche a costo di dispiacere qualcuno- che in questo torneo più che la Lega e gli allenatori hanno avuto il sopravento i direttori della Asl. Così partite in calendario sono state sospese, rinviate e si è arrivati all’assurdo che Juventus e Napoli hanno giocato prima la partita di ritorno e poi quella di andata. E c’è anche un piccolo particolare non trascurabile: a Torino a realizzare il gol del 2 a 1 al 90mo minuto è stato Lorenzo Insigne, che non avrebbe potuto giocare quel 4 ottobre, giorno previsto dal calendario. E a questo si aggiunge ancora un altro particolare: se Napoli e Juventus avessero concluso a pari punti al quarto posto in Campion’s sarebbe passato proprio il Napoli grazie a quel gol… Ma non è andata così perché il Napoli si è fatto male da solo ed in fondo a quella scatola, di cui all’inizio, ha trovato  grande amarezza e delusione dopo il primo strato di entusiasmo ed euforia per una serie di risultati e di gioco brillanti. Alla fine resta lo scortese tweet con cui il presidente Aurelio De Laurentiis ha licenziato Rino Gattuso.

E il Benevento? I sanniti hanno pagato carissimo il Covid degli altri. Nel calcio non ci sono controprove è vero, ma formuliamo l’ipotesi che Lazio Torino si fosse giocata regolarmente nella data stabilita, ovvero quando la Lazio era in piena lotta per accedere alla Champion’s ? Beh la domanda è: sarebbe finita senza reti e con un rigore sbagliato a cinque minuti dalla fine? Forse. Forse. E ancora forse. Certo è che i giallorossi hanno fatto compagnia al Crotone ed al Parma, che hanno pagato anche la differenza di investimenti, l’assenza di pubblico sugli spalti ( che spesso diventa il dodicesimo uomo ), decisioni societarie ed errori anche fuori dal terreno di gioco.

E ora, archiviato questo campionato, si prepara il prossimo. Alla ricerca della scatola giusta. Con la sorpresa o con le conferme.

Giuseppe Mariconda