Il refrain è oramai radicato tra chi dello sfruttamento del lavoro ha fatto per decenni una posta di bilancio: “dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza – si sostiene – non si trova piĂą nessuno disposto a lavorare. Preferiscono stare comodamente a casa e prendersi 900 euro al mese”

Si tratta di bufale che non hanno alcun riscontro nei fatti. In realtà, nel mare magnum dell’esercito di riserva di marxiana memoria, il livellamento al ribasso dei salari ha consentito per decenni alle piccole e medie aziende di trovare mano d’opera a buon mercato, in cui troppo spesso il confine tra lavoro sottopagato e sfruttamento è stato, ma continua ad essere, piuttosto labile. Al di là del sistema dei controlli delle agenzie deputate, assolutamente inadeguati per numero ed efficacia, sono le inchieste delle forze dell’ordine e della magistratura a tracciare un quadro inquietante su come il mercato del lavoro sia inquinato, alla radice e diffusamente, da pratiche illecite e illegali, che non riguardano solo gli aspetti meramente amministrativi, ma spesso assumono un profilo penale. Basti pensare alle ipotesi di reato che spesso vengono rubricate, che dallo sfruttamento arrivano fino all’estorsione e alla violenza privata.

Ma procediamo con ordine, facendo riferimento a dati certi. E’ l’Istat infatti, nelle stime preliminari, ad affermare che nel 2020 la povertà assoluta in Italia è tornata a crescere, complice anche la pandemia, sia in riferimento alle circa di 2 milioni di famiglie, che dal 6,4 passano al 7,7 % in relazione alla popolazione, con un incremento di più di 350 mila nuclei, e sia in riferimento alle persone, che passano dal 7,7 al 9,4 % con oltre 1 milione in più, fino ad arrivare a 5,6 milioni. Di fronte ad una tale situazione l’introduzione di una misura di contrasto alla povertà e a sostegno delle persone più bisognose non solo appare utile ma s’impone, costituzionalmente ed eticamente. Le eccezioni, allora, si possono rivolgere al meccanismo che il legislatore ha dettato nell’applicazione del beneficio, che prevede anche l’inserimento o il reinserimento dei soggetti percettori del reddito di cittadinanza nel mondo del lavoro, le cosiddette politiche attive. Un obiettivo, questo si, lontanissimo dall’essere raggiunto, nonostante il supporto degli oramai famosi tutor. L’intera impalcatura della legge, in buona sostanza, poggia sul sostegno alle fasce più disagiate della popolazione da una parte e ad agevolare l’incrocio tra domanda ed offerta dall’altra. Quest’ultimo meccanismo effettivamente non ha funzionato e merita di essere emendato. Si pensi che secondo i dati dell’Anpal, infatti, solo 40 mila persone con reddito di cittadinanza hanno trovato lavoro, meno del 2% del totale dei beneficiari e poco più del 4% dei percettori concretamente collocabili. Il problema è che in Italia non è l’offerta che manca ma la domanda. Le aziende, tra digitalizzazione, innovazione, delocalizzazione e quant’altro, non assumono, altro che non si trova lavoro come lamentano le partite Iva. Le imprese non cercano lavoro e se lo cercano lo vogliono a basso costo e possibilmente senza applicare tutele. Sempre per l’Istat, infatti, nel 2020 in Italia ci sarebbe stata una domanda di circa 250.000 posti di lavoro, una percentuale del tutto marginale rispetto ai 3 milioni di percettori del reddito di cittadinanza e ai 2 milioni e trecentomila disoccupati. Perché allora questa campagna di avversione totale al reddito di cittadinanza da parte delle imprese? La risposta è oggettiva. Al di là della prima missione della misura, che è quella di forte contrasto alla povertà, cosa che peraltro avviene solo in parte, il risultato più eclatante è che la stessa è diventata un formidabile strumento competitivo rispetto al basso livello dei salari e allo sfruttamento fraudolento del part time. Oggi chi gode del reddito di cittadinanza, che mediamente si aggira sulle 500 euro mensile, costringe l’eventuale datore di lavoro ad adeguarsi ai contratti nazionali, a rispettare le regole, in poche parole a rendere il salario più giusto e dunque più alto, semplicemente perché nessuno rinuncia a 500 euro mensili non lavorando per prenderne 600 lavorando senza limiti d’orario o duplicando le ore contrattualizzate con contratti a tempo determinato e/o part time nei fatti fasulli. Un fenomeno virtuoso e per certi versi prevedibile, che sta mettendo in grave difficoltà chi, dicevamo, per anni ha guadagnato proprio sullo sfruttamento dei lavoratori, prima ancora che dal mercato. E’ possibile che ci siano delle inaccettabili distorsioni del sistema che vedono ad esempio i percettori disponibili a lavorare in nero, e tuttavia si tratta di un fenomeno arginabile e aggredibile, non solo attraverso le sanzioni, ma soprattutto assicurando al lavoratore la giusta retribuzione, riformando con urgenza l’istituto del tempo parziale e garantendo la sicurezza nei luoghi di lavoro aumentando considerevolmente i controlli delle autorità preposte.

Rino Muoio