Ha avuto vita breve e rilievo modesto la notizia arrivata da Sabaudia, ridente località turistica a sud di Roma, dove un medico è stato arrestato con l’accusa di aver prescritto stupefacenti a oltre 200 suoi pazienti di nazionalità indiana. Le pasticche contenevano un oppioide che ha un potere simile alla morfina e che gli indiani utilizzavano per lavorare nei campi dalle 12 alle 16 ore al giorno senza soccombere alla fatica. Qualcosa del genere veniva distribuito ai soldati del Terzo Reich durante la Seconda Guerra Mondiale e quelle pillole che odorano di vaniglia erano allora chiamate “la droga di Hitler”.

Se ne faceva ampio uso fino a un paio d’anni fa anche tra i bengalesi delle ditte subappaltatrici nei cantieri di Porto Marghera, finché lo spaccio non fu interrotto da un intervento della Guardia di Finanza. Anche in quel caso si trattava di resistere a turni massacranti senza cedere alla fame e alla stanchezza.
Sullo sfruttamento di massa degli immigrati accende un faro il potente libro-inchiesta della giornalista Valentina Furlanetto che Laterza titola “Noi schiavisti”. Noi siamo la Repubblica fondata sul lavoro dei para-schiavi: spaccapietre cinesi, braccianti macedoni, badanti ucraine, addette alle pulizie rumene, rider africani, operai bengalesi nei cantieri navali, allevatori sikh, magazzinieri ecuadoriani. Attraverso le storie e le testimonianze di questi lavoratori (negli ospedali, nelle Rsa, nei macelli, negli alberghi, nelle cave, nelle serre, nei campi) emerge un paese che utilizza manovalanza straniera sottopagata perché il vantaggio – come ci ricorda Furlanetto – è di tutti: dei “padroni” ma anche dei consumatori, di chi si oppone agli sbarchi ma poi assume manovalanza in nero, di chi sostiene idee progressiste ma poi usufruisce di servizi e prodotti sottocosto.