Più volte abbiamo sentito negli ultimi mesi, almeno da quando si è insediato il governo Draghi, che ciò che occorreva alla gestione della campagna vaccinale era l’arrivo dell’esercito. Si è detto, infatti, che si necessitava di un cambio di passo, in Italia, per prendere di petto il mostro, azzannarlo e farlo fuori. E che l’aver affidato la logistica della lotta al Covid a un generale era ed è, sì, un evidente fallimento della politica, ma una scelta necessaria. Una scelta scaturita dalla presa d’atto della negligenza e del dilettantismo dei predecessori di Figliuolo.

Devo confessare che non sono stata tra quelli che hanno salutato con gioia tanto sfoggio di tute mimetiche e di cappelli dotati di penna. E credo di aver compreso le ragioni di Michela Murgia quando, intervistata su questa irreggimentazione della politica, ha espresso le sue perplessità, miste al velo di inquietudine che la vista della divisa le produce. Non credo che ce l‘avesse con le forze dell’ordine né con l’importanza o con l’insostituibilità del loro operato in una società civile. Faceva notare, invece, come non fosse affatto indispensabile reclutare membri dell’esercito per garantire la vaccinazione degli italiani, mettendo in evidenza che, quando le divise sono chiamate a sostituirsi ad altri rappresentanti delle istituzioni, non c’è da stare tranquilli. Non è rassicurante, precisava, che si debba ottenere con la forza ciò che invece spetta di diritto e che ogni cittadino consapevole dovrebbe sentirsi tenuto a fare. D’istinto ha poi aggiunto che le divise, in tempi di pace, le ricordano i militari dei colpi di stato. Da qui la polemica, accompagnata a feroci intimidazioni all’indirizzo della scrittrice.

Personalmente non sono turbata dal generale e dalle sue mostrine. Non credo, semplicemente, nel suo potere taumaturgico, così come non ritengo che il cambio di passo tanto celebrato sia una sua conquista. Se gli eventi, sotto la gestione del commissario Arcuri, col governo Conte, non hanno ricevuto l’impulso desiderato, è stato perché non c’erano vaccini. In Italia come in Europa. Questo era chiaro a tutti, ma era più facile inveire contro il Presidente del Consiglio, il commissario da questi nominato e il ministro della salute, Ora, invece, i ritmi forsennati delle vaccinazioni giornaliere, gli open day indiscriminati – non sempre oculati e di molto pubblicizzati – e il conseguente calo dei contagi sono figli di una determinazione esemplare ascrivibile unicamente a Figliuolo. Gli errori e le leggerezze invece sono solo del ministro Speranza.

Non una critica, non un dubbio, neppure di fronte alla partecipazione del generale a banchetti senza mascherina, mentre a tutt’Italia ancora si vietavano le sia pur minime esperienze conviviali. Neanche una perplessità a proposito delle continue ritrattazioni, delle decisioni affrettate, dei passi indietro, degli improvvisi cambiamenti delle regole del gioco, delle vaccinazioni eterologhe, dei limiti massimi e minimi di età per la somministrazione di questo o quel vaccino. Nessuno che abbia, quanto meno, sorriso o, al contrario, arricciato il naso, nel sentire alcune espressioni di sapore militaristico come il “dare fuoco alle trombe” o lo “stringersi a coorte”. Quasi fossimo in guerra. Che poi, a pensarci bene, lo stringersi a coorte, prelude a un più sinistro “siam pronti alla morte”, che nell’inno di Mameli aveva una sua ratio, mentre noi, in questo difficile momento storico, siam pronti alla vita, ad afferrare, cioè, la vita con maggiore e più ragionata consapevolezza di prima.

Ma è tanto per dire, non certo per criticare. La critica facile non porta da nessuna parte, soprattutto in tempi di pandemia, quando nessuno è istruito sul da farsi e dove tutti, in qualsiasi parte del globo si trovino, si muovono per tentativi ed errori. Dico solo che siamo un popolo dall’innamoramento facile, pronti all’ammirazione incondizionata e all’adulazione. E quanto più corale ed elegiaco è il riconoscimento della forza verso il potente di turno, tante più persone saranno contagiate dall’entusiasmo generale. Anche quelle che “non-mi-intendo-di-politica”. Se devo dirla tutta, non ravviso grandi doti strategiche in Figliuolo e nel suo staff. Così come riscontro tanta retorica e tanto presenzialismo propagandistico nelle sue dichiarazioni e nel suo agire quotidiano. L’errore è strutturale all’essere umano e il nostro generale non può certo sottrarsi a questa logica. Non ne è esente. Sono pochi coloro che gli hanno attribuito una certa ingenuità, mista a una faciloneria di impegni e di promesse non sempre mantenuti. Perché, in fondo, poi, criticare Figliuolo significa trovare delle imperfezioni a Draghi e al governo dei migliori. Sarebbe sano se ogni tanto qualcuno dicesse “il re è nudo” e se in tanta perfezione riscontrasse un’umana quanto approssimativa provvisorietà. La provvisorietà di chi non nasce imparato. Farebbe solo bene alla democrazia.

Annalisa Martino