Il fattaccio in tre parole: abusi in divisa. E ci stupiamo? Si. Perché noi Italiani abbiamo la memoria corta. Abbiamo già dimenticato Stefano Cucchi, e lo abbiamo dimenticato così in fretta che di fronte alle scene di maltrattamenti nei confronti di semplici indagati, o imputati in attesa di giudizio o carcerati, (o come nel caso di Stefano, condotto in caserma, pestato a sangue e per questo morto agonizzante dopo sette giorni dal suo arresto) siamo tutti lì a dire: “Nooooooo! Non è possibile!”

E invece sì, è possibile e succede da tempo! E la cosa peggiore è che a volte accade grazie all’atteggiamento connivente di scimmie che non vedono, non sentono e non parlano.

Per alcuni è senza significato la riforma penitenziaria (con la legge 354/75) sostitutiva del regolamento fascista del 1931 e del suo sistema carcerario punitivo. Lettera morta anche il comma 3 dell’articolo 27 della Costituzione Italiana che recita: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, in vista di un futuro reinserimento in società di chi ha scontato la pena (pagando per il crimine commesso). Rieducazione, non maltrattamento o peggioramento delle condizioni psico-fisiche del detenuto. Per questo già bastano le condizioni delle carceri italiane. Nel 22,7% degli istituti non sono garantiti i tre (3, scritto a numero rende meglio l’idea) metri quadrati minimi imposti dagli standard internazionali (standard???). Nel 16% dei casi non vi è un medico per tutte e 24 le ore. Per non parlare di mancanza di riscaldamento e acqua calda. Nel 38,6% le finestre delle celle non favoriscono l’ingresso di luce naturale. Nel 79,5% delle carceri non esiste uno spazio di culto o un ministro di culto per i detenuti non cattolici. Nel 20% dei casi non vi sono spazi per la socialità, e nel 37,8% non è previsto l’accesso ai campi sportivi o alle palestre (e ove vi siano ovviamente).

E che ce ne facciamo dell’articolo 13 della Costituzione? “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Ma si, tutto sommato è solo carta igienica. Assieme al comma 3 dell’art.27 al macero anche gli art. 1 e 13 della legge 354/75 (modificata di recente dal D.lgs.123/2018) sull’ordinamento penitenziario. “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona. Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose.

Negli istituti devono essere mantenuti l’ordine e la disciplina. Non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili ai fini giudiziari. I detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome. Il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli sino alla condanna definitiva.

Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti”. (Art.1)

Concetti ribaditi nell’art 13: “Il trattamento penitenziario deve rispondere ai particolari bisogni della personalità di ciascun soggetto, incoraggiare le attitudini e valorizzare le competenze che possono essere di sostegno per il reinserimento sociale. Nei confronti dei condannati e degli internati è predisposta l’osservazione scientifica della personalità per rilevare le carenze psicofisiche o le altre cause che hanno condotto al reato e per proporre un idoneo programma di reinserimento. Nell’ambito dell’osservazione è offerta all’interessato l’opportunità di una riflessione sul fatto criminoso commesso, sulle motivazioni e sulle conseguenze prodotte, in particolare per la vittima, nonché sulle possibili azioni di riparazione […]”

Ma poi chi se ne frega del lavoro di De Gasperi, Togliatti, Pertini, Scalfaro, Nenni, Nitti, Saragat, Iotti, Federici, Bei (solo per citarne alcuni) e di tutti i 75 componenti della Commissione della Costituente?

Ah! L’ art.28 della Costituzione: “I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione dei diritti. In tali casi la responsabilità civile (quella penale è ovviamente personale) si estende allo Stato e agli enti pubblici”.

Buona democrazia a tutti. A crederci ancora e a sperarla. E non a spararla!

Valentina Ammirato