Quei 20 milioni di green pass scaricati in tre giorni, di cui ha parlato in queste ore il ministro Speranza, sono la rappresentazione più autentica della volontà degli italiani di riconquistare la propria libertà, di viaggiare, frequentare luoghi e vivere eventi.

Chi critica la misura, dunque, non interpreta la volontà della stragrande volontà dei cittadini e, per dirla tutta, anche di buona parte degli esercenti. Insomma a vederla con senso critico, i “combattenti” contro la certificazione verde questa volta hanno sbagliato strategia, perché una cosa è il vaccino, al quale qualche milione di italiani non vuole, per ora e a diverso titolo, sottoporsi, un’altra e il green pass, che invece consente di guardare al futuro con relativa serenità e che è adottato in quasi tutta l’Unione Europea. E questo diverso appeal, evidentemente, comincia a mandare in confusione le stesse forze politiche che avevano fatto della battaglia contro “la dittatura sanitaria” un oggettivo strumento di raccolta del consenso. Le prime avvisaglie sono arrivate quando Confindustria, che in tutta la vicenda pandemica ha mostrato di avere un ruolo chiave nella battaglia contro il lockdown, per altro con comportamenti sui quali indagano alcune procure italiane, intorno al 20 luglio scorso ha presentato direttamente al premier Mario Draghi la proposta di consentire l’ingresso in azienda solo a chi può dimostrare di essersi vaccinato e quindi di fornire il green pass. La posizione dell’associazione degli industriali si completava, infine, con la possibilità di lasciare a casa senza stipendio il lavoratore che non intende vaccinarsi, nel caso non fosse possibile attribuire allo stesso mansioni diverse da quelle a contatto con i colleghi. “La posizione assunta da Confindustria –  è stato spiegato – è che l’esibizione di un certificato verde valido dovrebbe rientrare tra gli obblighi di diligenza , correttezza e buona fede su cui poggia il rapporto di lavoro”

Parole chiarissime e pesanti come un macigno per alcuni esponenti politici, che hanno poi trovato parziale conferma nella decisione dell’ultimo consiglio dei ministri di prevedere l’obbligo del green pass, a partire dal 6 agosto, per il personale della scuola, e poi per accedere ad alcuni esercizi commerciali e luoghi come ristoranti al chiuso, palestre, cinema, musei, piscine, sagre, fiere, convegni e altro ancora. Della piena legittimità della decisione del governo abbiamo già scritto nei giorni scorsi, ma è l’evidente passo falso politico realizzato da Salvini e Meloni che merita una riflessione. In specie, quando due partiti sensibili alle ragioni delle partite Iva e degli industriali si ritrovano su posizioni così diverse sull’efficacia del certificato verde proprio con le stesse organizzazioni di categoria, l’errore politico è evidente e comporta uno sforzo retorico enorme dei leader per rimanere in equilibrio sul piano logico. E poco valgono le parole del segretario della Lega, a parziale correzione dell’obiettivo della battaglia contro l’introduzione del green pass sostenuta anche da manifestazioni non autorizzate e tafferugli vari della destra radicale, che con l’impegno di quella parte del centrodestra, al netto del plateale smarcamento di Forza Italia,  sarebbe stata scongiurata l’introduzione della certificazione verde nel periodo estivo. Strumento che invece, paradossalmente, è salutato con favore da tanti titolari di partite Iva e, addirittura, sollecitato dai proprietari di esercizi che per ora non sono rientrati nell’obbligo. Una posizione, dunque, che non avrebbe portato un aumento di popolarità né alla Lega e né a Fratelli d’Italia, ma piuttosto, dicono alcuni sondaggi, una diminuzione della stessa tra gli italiani e, cosa ancora più grave, nello loro storico elettorato.

Rino Muoio