Tutto il disegno di legge delega sulla riforma del processo penale licenziato l’8 luglio dal Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro della Giustizia, Marta Maria Carla Cartabia, che ha il chiaro compito di emendare la riforma Bonafede, verte su un punto centrale, che riguarda l’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’art. 112 della Costituzione, che obbliga il pubblico ministero ad avviare un’attività d’indagine ogni qual volta viene a conoscenza di una notizia di reato, a prescindere dal come.

Si tratta, in buona sostanza, di un principio che toglie qualsiasi margine di discrezionalità al magistrato requirente, che in questo modo non può decidere, motu proprio, di occuparsi di alcuni reati e non di altri. Va precisato, tuttavia, che la stessa obbligatorietà costituisce anche un baluardo alle sortite del potere politico finalizzate in qualche modo ad arginare l’autonomia del pubblico ministero, che discende dalla separazione dei tre poteri individuati da Montesquieu per il buon funzionamento di uno stato democratico e liberale, quello legislativo, esecutivo e giudiziario. E tuttavia, nonostante la distinzione delle tre funzioni pubbliche di cui sopra siano riconosciute unanimemente, con modalità cicliche il potere legislativo, che oggettivamente si muove in perimetri che regolano l’esercizio degli altri due poteri, prova ad arginare quella sorta di autodeterminazione che il potere giudiziario vanterebbe, e che spesso, va detto, ha utilizzato in modo maldestro. Ma questa, come si dice in questi casi, è un’altra storia.

Quello che sta accadendo in queste settimane, per entrare nel merito della questione, è che l’esecutivo, quello guidato da Mario Draghi, così eterogeneo politicamente, sotto le pressioni e le urgenze che arrivano dall’Unione Europea che ha, giustamente, legato il riconoscimento della pioggia di miliardi stanziati all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ad una serie di improcrastinabili riforme, a cominciare proprio da quelle che riguardano il processo penale e il processo civile, ha dovuto partorire una bozza di riforma, che in queste ore affronterà l’esame del parlamento, che risponde agli interessi di un variopinto scacchiere, politico e non solo, nazionale, che vede da una parte chi intende perorare l’idea di una giustizia che rispetti con maggiore forza le libertà individuali e, in particolare, il principio di presunzione d’innocenza, quasi sempre e comunque, e chi crede, e tra questi fior di magistrati, che nel nostro paese ci sarebbe invece bisogno di una maggiore stretta sull’imputato, in particolare di reati gravi. Lo strumento che, sia da una parte che dall’altra, viene utilizzato per giustificare le opposte posizioni è stato ed è quello dei tempi biblici dei processi e in modo connesso quello della prescrizione. Gli interventi, non pochi, che sono proposti nel disegno di legge delega preparato dal ministro Cartabia in qualche modo emendano proprio la questione del blocco della prescrizione stabilito dalla riforma Bonafede, che rimane fino al primo grado di giudizio ma viene, nei fatti, alleggerito di molto negli altri due.

Il testo di riforma, proprio sulla prescrizione conferma, infatti, l’attuale disciplina, che prevede lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado (sia in caso di condanna sia in caso di assoluzione), però stabilisce una durata massima di due anni per i processi d’appello e di un anno per quelli di Cassazione. È prevista la possibilità di una ulteriore proroga di un anno in appello e di sei mesi in Cassazione per processi complessi relativi a reati gravi (per esempio associazione a delinquere semplice, di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, violenza sessuale, corruzione, concussione). Decorsi tali termini, interviene l’improcedibilità. Sono, ovviamente, esclusi i reati imprescrittibili (puniti con l’ergastolo).

E’ evidente, come sostiene ad esempio il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, che questo emendamento, proprio per la necessità di accorciare i tempi, rischia di incidere fortemente sulla effettiva procedibilità dell’appello e della Cassazione.

Molti magistrati parlano senza remore di “amnistia mascherata”

E’ vero che nello stesso disegno di legge si introduce il cosiddetto “processo penale telematico” per rendere più efficiente e spedita la giustizia penale attraverso la digitalizzazione e le tecnologie informatiche, prevedendo tra l’altro che il deposito degli atti e le notifiche possano essere effettuate per via telematica, con notevole risparmio di tempo, e tuttavia le perplessità di molti magistrati e diversi accademici, rimane tutta.

Ma c’è un’altra parte del testo di riforma che fa rizzare i capelli a molti giuristi e riguarda i “criteri di priorità” nell’esercizio dell’azione penale. Si prevede in specie che gli uffici del pubblico ministero, “per garantire l’efficace e uniforme esercizio dell’azione penale, nell’ambito di criteri generali indicati con legge dal Parlamento, dovranno individuare priorità trasparenti e predeterminate, da indicare nei progetti organizzativi delle Procure e da sottoporre all’approvazione del Csm”

Questo intervento del legislatore viene letto come una chiara volontà della politica di arginare l’autonomia della magistratura proprio minando il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Nell caso l’emendamento venisse approvato così com’è, si sostiene, l’azione penale verrebbe contingentata, asservita alle decisioni del parlamento, e quindi della politica, che ogni anno con apposita legge stabilirebbe quali sarebbero i reati sui quali svolgere in via prioritaria le attività d’indagini. Infine e tra gli altri, c’è un altro passaggio che ad un’attenta lettura risulta essere assai innovativo e riguarda le indagini e l’udienza preliminare. Si stabilisce, infatti, che il pubblico ministero possa chiedere il rinvio a giudizio dell’indagato solo quando gli elementi acquisiti consentono una “ragionevole previsione di condanna”, che appare come un contenitore nel quale le conseguenze custodite possono essere notevoli sia sul piano dell’azione penale che sulla vita dei cittadini.

Rino Muoio