Ha ispirato il film “l’attimo fuggente” di Peter Weir del 1989, avente come protagonista uno straordinario Robyn Williams. Nel corso degli anni è diventato una sorta di mantra dell’individuo, finalizzato a far emergere il meglio di sé. Tutto questo concentrato in due sole parole, divenute profetiche, versatili ma mai banali: “Carpe diem”.

Cogli l’attimo, una frase breve ma potente che racchiude il significato profondo del senso più bello della vita. Afferrare il momento che corre via, per non perdere di vista i periodi belli che fanno parte della nostra esistenza e goderne, fino all’ultimo secondo. A primo impatto, é questo il senso che emerge da tali parole, scritte come un motto e non solo, da leggere quasi come un imperativo assoluto e senza nessun tipo di obiezione. Leggendo il suo significato, viene da chiedersi se questo sia il suo vero scopo oppure se nel corso del tempo, il suo senso abbia assunto una connotazione differente. Scavando nella sua origine, «carpe diem», deriva dalle Odi del poeta latino Orazio che nella sua forma estesa, rappresenta un invito ad apprezzare tutto quello che abbiamo, confidando il meno possibile nel domani. Un incoraggiamento, una speranza che si traduce nella felicità quotidiana da assaporare, senza avere paure per il futuro. Un atteggiamento filosofico che fa stare bene, ci fortifica e ci rassicura, allontanando preoccupazioni e timori.

Tuttavia, oggi tale motto non possiamo più considerarlo in tale ambito, perché con l’arrivo della pandemia ha avuto un cambio di rotta. L’atto di rallentamento, di pausa da qualsiasi attività professionale, umana e sociale, ha prodotto una trasformazione delle nostre abitudini tramandata anche al valore della locuzione. Il bisogno di riflettere, di ripensare a ciò che davvero conta nella nostra esistenza, ha determinato un uso diverso della locuzione latina. In questo caso, cogli l’attimo, diventa non più una scelta ma un bisogno di prendersi una pausa dagli affanni della vita quotidiana, e dalla sua conseguente velocità. Un bisogno obbligato e necessario, certo, ma essenziale per rivalutare ogni aspetto delle nostre abitudini e dei nostri valori più importanti, i quali, erano stati messi da parte per un lungo periodo di tempo.

Tuttavia, se ciò, si è verificato durante il periodo iniziale della pandemia, nella seconda parte ossia quella che stiamo attraversando, si sta ritornando al suo significato primordiale. Afferrare tutto ciò che finora ci è stato sottratto. Riprendere in mano le certezze, le consuetudini, insomma, tornare alla vita. Tuttavia, anche qui, occorre scorgere una sfumatura diversa del senso originario del termine. La calma dei mesi precedenti diventa fretta, quasi travestita da ossessione. Focalizzarsi solo sul presente, su quello che ci offre, forse ci fa perdere la capacità di sognare, di immaginare il futuro che vorremmo avere. La crisi economica, il cambiamento climatico, l’assenza di una stabilità lavorativa, mette in dubbio ogni progetto, ogni aspirazione e desiderio umano e professionale. L’incertezza induce dunque l’uomo a non darsi tregua per assaporare di nuovo, tutto quello che sembrava ormai un lontano ricordo. E’ tutto veloce, rapido, sfuggente. Proprio come l’attimo descritto da Orazio, che ora però sembra perdere il suo vero valore. Un valore vero, autentico, irripetibile, da catturare e custodire nel cassetto dei ricordi più belli. Ecco, volendo scorgere il senso profondo utilizzato e diffuso dal celebre poeta latino, l’attimo da cogliere é esattamente questo. Allegoricamente, potremmo paragonarlo ad una sorta di diamante prezioso, da tenere tra le mani e osservare nei suoi colori più belli. Trattenere il diamante e conservarlo per non dimenticarlo. Conservare il bello e il vero. Se penso al «carpe diem», mi viene in mente questa immagine poetica. Un’immagine che ognuno di noi potrebbe tradurre in realtà, per rendere omaggio al celebre poeta. Grazie, Orazio, “Capitano oh mio capitano”, ti promettiamo di averne cura.

Benedicta Felice