“Nel caso una nostra pattuglia avesse incontrato sulla strada Osama Bin Laden in persona non avrebbe mai potuto sparare per prima ma limitarsi a rispondere al fuoco. Quando i nostri mezzi venivano danneggiati da tiri nemici il caso andava alla Procura di Roma per l’inchiesta e i mezzi venivano bloccati…”.

Marco Bertolini è un generale in pensione, non un generale qualsiasi. E’ stato il comandante in Afghanistan della Brigata Folgore e capo di Stato Maggiore dell’intero contingente internazionale Isaf a Kabul. Racconta cosa ha significato, come in concreto si è tradotta l’illusione tutta occidentale di fare la guerra senza farla, di combattere senza che nessuno si facesse troppo male, di essere solo e soltanto forze militari di pace.

E la parallela illusione che in Afghanistan ci fosse un popolo tutto o quasi solo ansiosi di vivere e finalmente ottenere diritti e libertà per noi occidentali ovvie e imprescindibili, a partire da quelli delle donne di essere considerate esseri umani al pari dei maschi. “Tanti non capivano l’insistenza sui diritti delle donne, la vedono come un’intrusione”.

Afghanistan: talebani vincono perché il popolo sta con loro

Dieci giorni ci hanno messo i talebani a prendersi l’Afghanistan, segno evidente che era già loro. Nessun esercito per quanto potente vince e soprattutto sopporta una lunga guerra quando la popolazione sta con chi quell’esercito combatte e avversa. Una costante della storia in ogni tempo. Quindi lo squagliarsi dell’esercito e dello Stato afghani messi in piedi dall’Occidente mostra senza ombra di dubbio che l’Occidente per venti anni si era raccontato una favola bella che non aveva gran rapporto con la realtà.

La favola di un popolo afghano ansioso di diritti e libertà occidentali, ansioso di laicità, emancipazione femminile, istruzione, diritti della persona, Stato di diritto…Non era vero, il popolo delle campagne e delle montagne e anche buona parte del popolo delle città stava, è sempre stato, non ha mai smesso di essere vicino alla cultura e alla proposta politica e sociale dei talebani e lontano da cultura e società occidentali.

La ventennale spedizione militare e di civilizzazione dell’Occidente in Afghanistan ha fallito perché quel che noi chiamiamo civiltà nel popolo afghano non attecchisce, genera diffidenza e rifiuto. Le libertà e diritti in Afghanistan, sostenuti solo dalla presenza dei soldati occidentali, non hanno creato una società che secondo i nostri canoni noi definiremmo civile. Ci si è raccontati di milioni di afghani e soprattutto afghane finalmente a scuola e quindi…

Abbiamo sentito dell’azione di Ong e anche di soldati che costruivano scuole, ospedali, infrastrutture, quindi…Ci si è raccontati di libere elezioni, quindi…Quindi niente: il popolo afghano preferisce strutture tribali allo Stato di diritto, preferisce le donne sotto controllo maschile e sotto velo, preferisce una civiltà che non caso torna a prendere la forma e il nome di Emirato islamico.

Gli errori obbligati dell’Occidente in Afghanistan

Due dunque gli errori strategici e culturali dell’Occidente in Afghanistan e in situazioni consimili: immaginare, calcolare, essere sicuri che l’arma migliore e vincente sia lo sviluppo, l’istruzione, i diritti, le libertà. E il secondo di errore: limitare, contenere, occultare l’uso delle armi con cui si fa una guerra. Sparare il meno possibile. Perché le opinioni pubbliche occidentali mal sopportano che i propri soldati facciano vittime e soprattutto non sopportano morti, ragazzi caduti in combattimento.

Quello che una volta venne definito il “fronte interno” nei paesi e nella cultura dell’Occidente stupisce e trasecola se un popolo non plaude alla liberazione femminile o al suffragio universale e non regge che i suoi ragazzi in divisa tornino in una bara. A queste condizioni sono guerre perdute per l’Occidente fin dall’inizio. Errori strategici e culturali ma errori, ed illusioni, congeniti alla cultura e società occidentali.

La terza illusione dell’Occidente

La terza illusione dell’Occidente, quale sarà mai? Che l’Emirato islamico dell’Afghanistan sia ora un problema degli afghani e che, dopo essere fuggiti dall’Afghanistan, la cosa non più ci riguardi e tocchi.

Alessandro Camilli