Le parole della Palombelli non solo sono gravissime nella loro essenza e fanno male, generano orrore, sono sostanzialmente inaccettabili.

C’è di più, molto di più. Ancora una volta sfugge la portata, si perdono di vista le conseguenze di un esercizio, quello del parlare sempre e comunque, a costo di dire minchiate, che il berlusconismo ha inventato e che poi è stato coniugato al ribasso da tutti i circensi che – di variopinti foggia e colore politico, giornalistico, pseudointellettuale – hanno calcato le tavole di questo avanspettacolo da bettola che è diventato lo scenario del confronto dialettico inteso a 360 gradi. Le parole creano mostri, soprattutto se – in maniera più o meno misteriosa vista la caratura dei protagonisti – i pulpiti godono di platea e casse di risonanze ampie. Le parole possono conoscere vette di violenza e ferocia inaudita, dare fiato agli istinti più bestiali di chi attende solo un appiglio, un alibi, una giustificazione purchessia, le parole possono prestarsi alle peggiori e più becere strumentalizzazioni. Anche ove segnalassero situazioni comunque talvolta esistenti, il porle vicino, sul piano semantico, alle tragedie che si consumano ogni giorno, genera corti circuiti pericolosissimi in una distorta – anche ove fosse arbitraria – ricostruzione di tipo causa-effetto. E chi vive – spesso bene, benissimo – di parole conosce perfettamente la potenza dell’arma che innesca. Le parole, pochissime parole, talvolta possono far tornare indietro di secoli. Leggendo e poi ascoltando le esternazioni della Palombelli (che ha più gaffe che anni al suo attivo, eppure non è più una ragazzina…) il mio cervello (lo riconosco, ormai ‘groggy’, come sono i pugili un attimo prima di finire al tappeto) ha attivato una sinapsi miserabile, ma, come cantava Lucio Dalla, “il pensiero è come l’Oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare…”.In un attimo l’acrobazia giustificazionista della Palombelli mi ha fatto ricordare un modo di dire vomitevole eppure portatore di tutta la violenza di cui la Calabria è stata capace nei secoli: “quandu unu ‘mmazza a n’autru, tu non ci spìari pirchì…”. .Le parole ammazzano, credetemi….

Giusva Branca