Il salario minimo stabilito per legge non piace a Confindustria, che teme un aumento del costo del lavoro. E non piace ai sindacati, che temono di perdere – con il potere negoziale – parte della loro stessa ragion d‘essere. Per queste ragioni il tema non era presente nell’agenda dell’incontro tra Draghi e le confederazioni.

Ma la questione sta diventando un’urgenza politica in un Paese che ha salari medi nettamente inferiori al resto d’Europa. Secondo gli ultimi dati Eurostat in Italia un dipendente single senza figli guadagna al netto di tasse e contributi 21.462 euro l’anno, contro una media europea di 24 mila euro. Anche tenendo presente il diverso potere d’acquisto, sono comunque lontani anni luce i 67 mila euro che guadagna in un anno un lavoratore svizzero, i 42 mila di un norvegese, i 40 mila di un americano o i 32 mila di un tedesco. Sono tra i più bassi d’Europa gli stipendi dei nostri insegnanti, e sono da fame i salari dei milioni di precari – autonomi, parasubordinati, atipici – che lavorano senza essere protetti dai contratti collettivi. I dati messi a disposizione dal sito Truenumbers documentano le dimensioni di quel “lavoro povero” che si nasconde dietro le statistiche sull’occupazione. Dice il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che sarebbe necessario introdurre un salario minimo di 9 euro lordi l’ora, come d’altra parte suggerisce una direttiva dell’Unione Europea. La direttiva sembra pensata per noi, perché in Europa dispongono già di un salario minimo stabilito per legge ben 22 paesi su 27.

Paolo Pagliaro