Questo primo turno delle amministrative, benchè parziale, consegna un bilancio ai vari leader in gara. C’è chi si sente già vincente come Letta che incassa una vittoria personale al seggio di Siena e in alcune città già conquistate e chi invece, come la Meloni, è in gara nel ballottaggio della Capitale tra Michetti e Gualtieri.

Battuta d’arresto invece per Salvini che fa già autocritica mentre per Conte, dopo la sconfitta di Roma, c’è il test dell’alleanza con il Pd. L’outsider Calenda non va al podio ma rappresenta la novità di un elettorato di centro in cerca di rappresentanza. I candidati Pd di Milano, Bologna e Napoli vincono al primo turno mentre Torino e Roma vanno ai ballottaggi. Ma il test è soprattutto nella Capitale dove la sfida ha un rango nazionale e Gualtieri supera gli “avversari” interni Raggi e Calenda. Ora la battaglia si sposta sul doppio turno – e sull’alleanza con i 5 Stelle – ma per Letta questo primo round finisce in attivo visto che è stato l’unico leader a rischiare “doppio”: non solo alle Comunali da segretario Pd ma anche – personalmente – nel seggio di Siena dove correva per le suppletive della Camera. Dunque incassa quella legittimazione popolare che riesce a rendere “completa” la sua nomina a segretario del Pd arrivata in emergenza – per l’addio di Zingaretti – con un voto dell’assemblea e senza un passaggio congressuale.

Salvini, invece, è, tra tutti, quello che era nella posizione più scomoda e ne esce ridimensionato. Da un lato è arrivato alle amministrative con un fronte interno aperto da Giorgetti che reclama una Lega più “nordista” e moderata; dall’altro si è fatto logorare e intrappolare dalla competizione a destra con Giorgia Meloni. É così finito tra due opposte spinte senza essere riuscito a trovare una sua strada politica. Adesso ha davanti una scelta: se cominciare ad appoggiare Draghi senza più ambiguità e imboccare il bivio di Giorgetti oppure continuare sul doppio registro di lotta e di governo che però non ha portato frutti. É vero che c’è il secondo turno a Roma ma quello è il palcoscenico della leader di FdI e se vincerà sarà intestata solo a lei. Con Michetti, suo candidato a Roma, si gioca la possibilità di aspirare alla premiership del centro-destra tenendo dietro il suo alleato/rivale Salvini. Sarà quindi in questi 15 giorni tra il primo e il secondo turno che si decide se il futuro della Meloni è in ascesa o se proprio nella Capitale si registrerà la sua prima battuta d’arresto. Il suo punto debole, quello che gli avversari – ma anche gli alleati – le rimproverano è la carenza di classe dirigente e una sconfitta di Michetti potrebbe essere letta in questo modo. Come si dice, da soli non si vince. Ma nemmeno la strategia convince la coalizione: le sue dichiarazioni su Draghi al Quirinale «per andare al voto» incassano più silenzi che assensi.

Se laborioso è stato l’approdo alla guida del Movimento per Conte– per le divisioni con Grillo e un pezzo del partito – tanto più faticosa diventa la strada all’indomani delle amministrative. Perde la Raggi a Roma e questa è una batosta per i 5 Stelle che vedono un arretramento laddove c’era stata la loro prima consacrazione. Una sconfitta che arriva, per giunta, dopo aver governato per un intero mandato. E pure Torino perde il suo “simbolo” visto che la Appendino non si è ricandidata. Insomma, Conte deve ripartire da due pesanti bocciature da parte di un elettorato che fino a 4-5 anni fa era dalla loro parte. É vero che a Napoli avanza il candidato sindaco con il Pd ma non basta. Ora il test è dare un segnale concreto sull’alleanza con il Pd a Roma. Ne avrà la forza? A questo punto il rapporto tra Dem e Movimento si rovescia a vantaggio dei Democratici e la linea di Letta di stabilizzare Draghi fino al 2023 ne esce rafforzata. Si allontanano infatti le tentazioni di elezioni anticipate che pure circolavano tra i fedelissimi di Conte.