Le elezioni calabresi hanno viaggiato, more solito, contro corrente. Ci sono tanti esempi al riguardo. Per esempio i post-grillini entrano per la prima volta nel Consiglio regionale portando due elementi, mentre in tutta Italia prendono batoste.

A Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi, accade la stessa cosa. Mentre nel resto del Paese gli azzurri sono a una cifra, in Calabria sono a due. Extra large, verrebbe da dire. La lista di Forza Italia ha raggiunto la quota del 25,5 per cento dei consensi, cui si aggiunge l’8,7 per cento della lista cadetta “Forza Azzurri” (la lista del presidente vincente). Se poi si sommano quelli che stanno di lato, ovvero “Coraggio Italia” e “Noi con l’Italia”, arriviamo a un totale del 42,9 per cento. Un’enormità, per i tempi che corrono. E questi dati si concentrano prevalentemente in tre province: Cosenza, Reggio Calabria e Vibo Valentia. Mentre Catanzaro, che sino a poco tempo fa era il baricentro politico della regione, è scomparso dal radar. Infatti nel Capoluogo è stato eletto un solo consigliere regionale, Filippo Mancuso della Lega. Scompaiono le dinastie degli Abramo, dei Tallini, degli Esposito, dei Parente, degli Aiello.

La cosa paradossale, figlia di questo successo azzurro, è che, candidati con diecimila preferenze, sono rimasti fuori. La legge elettorale calabrese è molto draconiana nel conservare l’esistente. Ci sono gli sbarramenti del 4 per cento per le singole liste e dell’8 per gli schieramenti presidenziali.

Entrano a Palazzo Campanella – cosa mai vista- sei donne, di cui ben cinque del centrodestra e una del centrosinistra, Amalia Bruni, ma solo perché è la miglior perdente. Le cinque del cdx hanno beneficiato di un uso corretto del meccanismo della legge sulla parità di genere. Mentre la sinistra s’è dimostrata ancora una volta maschilista, anche se la candidata Giusi Iemma del Pd ha avuto una buona performance. 

Bruno Gemelli