Prendiamo queste tre storie di ritornanti. Cristiano Ronaldo che, quasi in aeroporto, sceglie come ultima squadra della sua carriera quella che lo aveva fatto grande quando nemmeno aveva imparato a pettinarsi correttamente.

La Juventus che, su Twitter, annuncia Massimiliano Allegri col profilo geografico di quello Stato americano del Minnesota oggetto di infinite metafore equestri, un inside joke come se fossero vecchi amanti di una canzone di Fossati. Romelu Lukaku che torna sette anni dopo al Chelsea dicendo «I’m back» accompagnato su Instagram dai versi dal Black Album di Jay-Z, una canzone chiamata Public Service Announcement che fa: «Ho lanciato il dado, perché cercavo un cambiamento, e lo farei di nuovo, non ha senso fingere di essere un uomo diverso». Sono storie diverse, in momenti diversi delle rispettive carriere, ma con loro ci sono stati anche Carlo Ancelotti, un ingaggio col Real Madrid nel reciproco momento di massima difficoltà, in una storia in cui non è chiaro chi deve salvare chi, o ancora il secondo, divertentissimo governo Ibrahimovic a Milano, o l’affetto con cui si ritrovano la Juventus e Álvaro Morata.

Nessuno vuole sottovalutare il contesto finanziario, gli incastri contabili, la spregiudicatezza degli speculatori che muovono calciatori come se fossero hedge fund, ma ci si può comunque interrogare sul senso non monetario di faccende così monetarie. Questi passaggi sembrano dare ragione a John Le Carré quando scriveva che, alla fine, casa è quel posto dove vai quando hai terminato le case dove andare. Avere un posto al quale tornare quando si mette male, o si finisce nella bonaccia, è diventato un prezioso bene rifugio nel corso di una carriera, che è un accumulo di soldi e soddisfazioni nel poco tempo concesso, ma anche una sceneggiatura da scrivere in modo logico e sensato. Di fronte al dilemma su cosa fosse rimasto della propria grandezza, Cristiano e Ancelotti hanno scelto posti dove se la ricordassero bene.

Dopo il miglior anno della carriera, ma dentro una società che scricchiolava troppo per i gusti di uno ambizioso come lui, Lukaku è invece tornato nella sede del suo quasi fallimento giovanile. Uno stipendio importante nella squadra che ha appena vinto la Champions League sarebbe bastata come motivazione, ma il viaggio per conquistare il diritto di tornare da leader nella squadra per cui tifava da bambino, e che aveva lasciato giovane e incompiuto, è anche una perfetta storia sentimentale del ritorno, anche se spiacerà un po’ ai tifosi dell’Inter, che si sono ritrovati a essere un frammento di morfologia della fiaba di Lukaku e non la principessa del lieto fine.

E poi c’è Max Allegri: dice sempre che il gioco del calcio è una cosa semplice, ma anche il professionismo è altrettanto semplice: amore con interessi. Lei ti ha lasciato, tu provi a buttarti sul mercato, ti agiti, cerchi, ti fai cercare, niente sembra all’altezza, intanto l’hai vista essere infelice e a pezzi con gli altri, immagini che stia per tornare, in effetti torna e tu ti sei scoperto più monogamo di quello che credevi di essere.

Cercare ostinatamente la vecchia casa sembra essere diventato un antidoto, ma a cosa? Sicuramente è stato un biennio destabilizzante: la pandemia, gli stadi vuoti, le leghe europee che hanno rischiato di spezzarsi, debiti dappertutto, squadre che a lungo non hanno pagato gli stipendi. Ci sta che i più ricchi e affermati abbiano cercato di svernare il caos e l’eventuale apocalisse in modo confortevole, quasi in famiglia. Sono tempi nei quali serve una grande fiducia in sé stessi per affrontare deliberatamente l’ignoto da una posizione di forza. Non casualmente l’unico atto davvero avventuroso della scorsa estate lo ha compiuto, andando a Roma, José Mourinho, uno dei principali produttori mondiali di autostima. La sua è stata una risposta anticonformista rispetto all’inquietudine del pallone, che l’élite calcistica ha elaborato invece in modo opposto: cercando un posto amichevole, sicuro e noto.