Nel giugno 2012 gli è stato assegnato il premio Web Italia alla carriera. Si è occupato di politica e anche di sport. Ha scritto libri sul giornalismo “digitale”, ha contribuito alla nascita di importanti siti web. Tifa Napoli, ha un cane di nome Driėss (come Driėss Mertens, l’attaccante della squadradi Spalletti). Vittorio Zambardino a “4Domande A….”

Sei considerato l’inventore del giornalismo online in Italia. Cosa ti ha spinto a passare dalla carta stampata al web?

Farei fatica a considerarmi il solo “inventore” del giornalismo on line in Italia. Intanto perché non abbiamo inventato dal nulla ma abbiamo – e questo sì, è un merito, – capito per tempo quello che stava avvenendo nella nascente industria digitale americana. Ma eravamo almeno in dieci in Italia, nei giornali, ad aver assimilato questa tendenza. A me è toccato – ma anche qui insieme ad Ernesto Assante e Gualtiero Peirce – portare a compimento il progetto di Repubblica.it. Poi ho intrapreso – ecco dove il mio percorso si fa molto specifico – la strada della costruzione dei siti, del “fare industria” giornalistica sul web. Era un tempo entusiasmante per queste cose, c’era un’euforia difficilmente descrivibile e che i cattivi storici riassumono solo nella “bolla” di borsa, ma è una ricostruzione sbagliata. Ci fu molto di più, era una cultura che stavamo insieme trapiantando in Italia e ricreando dal nulla. Nascevano iniziative originali, il giornalismo finiva di essere una specificità dei giornalisti e si espandeva nel web a chi aveva voglia di inventare cose nuovo. Nacque Virgilio e la strepitosa esperienza di Clarence, poi, in epoca successiva ci furono i blog, ed è in quegli anni che Luca Sofri concepisce Il Post. La storia è sempre collettiva.

Der Spiegel, La Repubblica,  Le Monde, a quale di queste testate sei maggiormente legato?

Che domanda… Repubblica è stata la mia vita per ventitre anni, non esisterei senza Repubblica

I social sono diventati i nuovi media o c’è ancora spazio per i tradizionali organi di informazione?

Ce ne sarà sempre, il punto è non pensare che si debba fare nei luoghi di sempre, e i social sono solo una forma del web, stanno già evolvendo in altro.

Infine, lo sport in TV in mano a più piattaforme. È innovazione o ancora è troppo presto per il pubblico italiano?

Non è mai tardi per innovare, ma internet non è un’antenna, bisogna salvarlo da chi lo vorrebbe solo come una rete di ripetitori o di satelliti.

Astolfo Perrongelli