La porta si apre al n.154 di Holland Park Road, nella scuola italiana a Londra. Ebbene sì, tra zainetti con le ali, sorrisi e abbracci a mamma e papà, la priorità rimane una sola: accogliere i nostri allievi e farli sentire protetti, al sicuro. In un ambiente stimolante che conduce i bambini, portatori innati di potenzialità, a esprimersi a pieno. Da quella porta inizia il mio lavoro di accoglienza e cura dei ragazzi. Infatti, da quel punto in poi, nulla è più lasciato al caso!

Per aiutare i bambini a separarsi da mamma e papà, anche se solo temporaneamente e, soprattutto, senza subire traumi, sin dai primi giorni di scuola ci siamo io e Giorgino. Del resto, sappiamo bene che non è sempre facile separarsi da mamma, papà, cani, gatti, conigli di pezza e quant’altro. Dunque, come non comprendere che, per alcuni studenti, la cosa si dimostri alquanto difficoltosa.

Vi state forse chiedendo chi è Giorgino?

Giorgino è il mio topolino di pezza che mi fa da assistente da qualche anno. Vive nella mia borsa di tela, ha tre anni e come alcuni bimbi piccoli è ancora alquanto timoroso. Non sa se si farà degli amici ed è indeciso se andare a scuola sia un rischio che valga la pena correre.

Ah adesso è tutto più  chiaro, vero? Oppure vi state ancora chiedendo che lavoro svolgo a scuola? Beh, se pensavate facessi la portinaia, non è completamente vero e forse non siete proprio sulla buona strada.

Un gruppo di bambini che in passato scriveva sul giornale della scuola mi definì la “maestra problem solving”. Non sono sicura di meritare cotanto appellativo. Ma se la notizia è uscita in prima pagina, avendo pure tra i firmatari alcuni validissimi allievi, capite bene che non posso che fidarmi della fonte, rimanendone comunque del tutto lusingata!

Dunque, proverò ora a raccontarvi cosa faccio nel mio ruolo di Wellbeing Supervisor. Ovvero, in quanto figura professionale responsabile del benessere dei bambini a 360 gradi.

Attraverso l’utilizzo di un ‘Child Centred Model’ e tecniche pedagogiche, aiuto i bambini a conoscere e conoscersi, a inseguire e sviluppare le loro naturali inclinazioni, tirando fuori la loro innata  motivazione interna. Facilitandoli, in questo modo, a esercitare la naturale propensione ad esplorare (imparare-facendo), a creare oggetti, sperimentandone l’uso, e sviluppando così un senso di indipendenza e fiducia nelle proprie abilità, in modo che li conduca a germogliare come un fiore, manifestando i loro interessi specifici, nell’ irripetibile unicità di cui, ognuno di loro, è costituito.

Lavoro in tutti i gradi scolastici della primaria che, in UK, significa incontrare bambini dai tre agli undici anni. Scelgo di entrare in tutte le classi, in modo da utilizzare lo strumento prezioso dell’osservazione. Avvalendomi ovviamente della lente pedagogica, che mi consente di focalizzarmi su interventi precoci, volti a garantire una ricerca attiva delle possibilità e potenzialità della persona, in modo da consentirgli di compiere un sano sviluppo, tale da prevenire fenomeni di rischio, in un’ottica di prevenzione primaria.

Svolgo inoltre osservazioni sistematiche dei bambini durante le ore di lezioni curriculari, artistiche e nei momenti di gioco libero o semi-strutturato e così via. Tutto ciò al fine di poter individuare eventuali necessità d’intervento sul nascere, con l’obiettivo di rilevare eventuali bisogni speciali che necessitino di un intervento diretto, che richieda una maggiore attenzione e la necessità di accomodamenti e mediazioni specifiche.

Nel mio lavoro ho il privilegio di imparare a conoscere i bambini e di interessarmi direttamente a loro, cercando di comprendere i loro gusti, i loro tempi, gli interessi, le cose che non tollerano, i loro punti di forza e di fragilità. Dedico loro tutto il tempo di cui necessitano. Occupandomi di volta in volta, e per ogni caso specifico, di strategie pedagogiche che hanno lo scopo di facilitare, stimolare e valorizzare le necessità comunicative di ciascun allievo, in modo da favorire e sviluppare il loro senso di inclusione, con particolare riferimento alle loro naturali abilità sociali e relazionali.

Come educatori, ma come persone prima di tutto, sappiamo troppo bene come sia importante possedere uno spazio, un luogo, una persona con cui parlare e intessere una relazione. Ancor di più quando le emozioni diventano tante, confuse, pesanti e le ansie iniziano ad affollare la mente, che si appesantisce e si distrae. Quando questo avviene, è inutile cercare di riempire il ‘contenitore-mente’ già ricolmo. Diventa quasi impossibile concentrarsi e di conseguenza apprendere. Per questo motivo, i nostri allievi imparano a condividere le loro emozioni, in modo da prevenire difficoltà socio-emozionali, al fine di ridurre la durata e l’intensità di esperienze stressanti, pensieri ricorrenti, preoccupazioni o timori, che si affievoliscono, trovando ristoro e mitigazione, grazie al supporto sociale del gruppo o dell’adulto competente. In un certo qual modo, nella mia scuola il rubinetto delle emozioni è sempre aperto e la correlazione mente-corpo è lasciata fluire armoniosamente, così da non creare ‘ingorghi emotivi’.

Infatti, per far si che i bambini facciano esperienza di un ambiente educativo sereno, è  importante che essi possano esprimersi a pieno. Un ambiente che consenta loro di percepire che le loro opinioni e le loro voci vengano pienamente ascoltate, analizzate, accolte rispettosamente, validate e discusse in concertazione con gli altri, per essere infine possibilmente agite.

Per queste e tante altre ragioni, insegno giornalmente ai bambini a parlare di loro stessi, delle loro emozioni e a condividerle con gli altri, inclusi i loro compagni e le maestre. Visti che non sempre, soprattutto quando il carico si fa pesante, diviene possibile portarne il peso tutto da soli.

In più, mi piace molto approfondire con i miei studenti temi quali, “il saper perdere bene” o “imparare a sbagliare e pasticciare con successo”.

Personalmente credo sia molto utile imparare a perdere senza troppi drammi, imparando a riconoscere e gestire la frustrazione che ne consegue. Visto che “chi vince non sa cosa si perde” e, di contro, sappiamo bene che si può imparare molto da una cosa andata male. Questi apprendimenti aiutano molto i ragazzi anche a ridurre la loro ansia da prestazione e il senso di competitività personale, o indirettamente appresa dagli adulti. Un aspetto questo che, soprattutto negli ultimi anni, insieme a tanto altro, ha portato tristemente ad un innalzamento del disagio mentale tra i bambini.

Non ultimo, da educatrice consapevolmente pasticciona, mi trovo spesso a evidenziare i miei errori, in modo da far capire ai ragazzi che si puo’ sbagliare, e che la cosa è del tutto legittima! Normalizzando l’errore, parlandone con serenità, mostrando con consapevolezza, che fare errori è così normale, possiamo insegnare ai ragazzi che è così che impariamo, provando, facendo, sbagliando e riprovando. Un po’ come l’affascinante gioco dell’oca. Quante volte magari bisogna ritornare alla casella di partenza? O magari restare fermi sul ponte, in un gioco di percorso della vita che ci spinge sempre a migliorarci e perfezionarci? Ognuno deve dare il meglio di sé, lo dico sempre ai miei allievi, ma secondo le proprie possibilità, in quel dato momento del suo percorso di vita. Infatti, non è mai una gara contro gli altri ma, piuttosto, è il costante tentativo di dare il meglio di sé al fine di favorire il miglioramento di sé stessi. Personalmente, io perdo sempre contro me stessa! Che e poi, in fondo, è la parte del gioco che mi appassiona di più. Competere con sé stessi è una corsa quasi infinita. Il ‘gioco’ mi piace proprio per questo, in quanto non si arriva mai all’ultimo livello, quello ‘finale’, il Pro-level o l’ultima casella del gioco dell’oca, la 63 appunto. Come dico sempre ai miei studenti, o agli adulti con cui lavoro, per migliorarsi c’è sempre tempo e spazio.

Pedagogicamente parlando, il Lifelong Learning è dunque un processo di apprendimento che abbraccia tutto l’arco di un’intera vita. Da pedagogista credo che l’uomo sia una realtà in costante divenire. Dunque, da questo punto di vista, la scelta consapevole di non competere costantemente con gli altri, non è uno ‘standard al ribasso’. Non si vuole infatti puntare a far scendere l’asticella della competizione. Credo infatti che la cosa migliore che possa capitare ai ragazzi è di trovare adulti che diano loro fiducia. Che mettano cioè nelle loro mani la sfida delle sfide, il progetto più grande di empowerment che gli capiterà di poter poi potenzialmente realizzare. Ovvero, scoprirsi, riconoscersi nel divenire, per poi diventare sé stessi. Trovare la forza, il coraggio e le capacità di essere, in un “Capability Approach” che diventa parte integrante per la formazione di un sano stato di salute mentale.

Tutto ciò sembra inoltre perfettamente in linea con quanto afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che definisce la salute mentale come “uno stato di benessere in cui ogni individuo possa realizzare il suo potenziale, affrontare il normale stress della vita, lavorare in maniera produttiva e fruttuosa e apportare un contributo alla propria comunità ”. Sembra quindi evidente che la salute mentale non rappresenta “solamente l’assenza di disturbo mentale, infatti l’assenza di esso non è necessariamente sufficiente a dirci che ci troviamo in presenza di una buona salute mentale”. Comprendiamo quindi come tutti gli interventi socioeducativi e psicosociali divengono fondamentali in un’ottica di prevenzione dell’insorgenza del disagio, che accompagni soprattutto ad un sano sviluppo del soggetto. In un’ottica non medicalizzante o diagnostica, che fornisca l’accesso a condizioni di partenza migliori per tutti. Riducendo  le disuguaglianze, interrompendo la correlazione biunivoca tra disturbi mentali e lo status socioeconomico, socioculturale e riportando l’educazione al centro, semplicemente in quanto diritto universale di tutti! L’educazione dunque come vaccino contro la disumanità, la disuguaglianza, la disgregazione delle società in individui isolati, alienati e lasciati orfani del supporto sociale fondante di una ‘comunità educante’.

Ma quale sarà dunque lo strumento giusto per proteggere l’infanzia?

Vi svelo alcuni tra gli arnesi che porto nella mia cassetta degli attrezzi educativa, e che uso quotidianamente per arrivare alla persona. Insieme ovviamente a bolle di sapone che non scoppiano mai, palloncini modellabili, libri magici ecc., nella maggior parte dei miei interventi  mi avvalgo anche dell’uso di tecniche educative che spaziano dal gioco libero alla Play Therapy, il disegno infantile o tecniche di Drawing & Talking, il gioco della sabbia ovvero Sand Play e la terapia del sorriso, ovvero la Clown Therapy. Quest’ultima spesso ‘somministrata’ in dosi alquanto massicce! Sappiamo infatti che ridere aumenta la produzione di endorfine nell’organismo, il che ci aiuta a star bene, in maniera del tutto naturale. La risata colpisce alcune strutture dell’ippocampo e dell’amigdala ed aumenta la secrezione di alcuni mediatori chimici, beta-endorfine e serotonina, mentre riduce quella del cortisolo e dell’adrenalina. Si tratta dunque di un processo di mantenimento della salute fisica e mentale a disposizione di tutti. Ci curiamo dunque anche ridendo. Attraverso cioè strumenti che sono a disposizione di tutti, fornitici gratuitamente da madre natura. Ovviamente, alla base di queste e tante altre tecniche utilizzate, giace lo sterminato corpo di studi pedagogici, che rappresenta l’architrave teorica da cui parto e a cui ritorno sempre, nella ricerca creativa di strumenti originali e individualizzati. Rimanendo sempre consapevole del fatto che, come diceva Rousseau «Per insegnare il latino a Giovannino non basta conoscere il latino, bisogna soprattutto conoscere Giovannino». A proposito di Giovannino, nella mia scuola sarebbe ben conosciuto e ovviamente potrebbe anche dire la sua… vi spiego in che senso. Proprio di recente, all’inizio di questo anno scolastico, ho chiesto ai miei studenti di descrivermi la scuola che vogliono. Alla fine del compito ho detto loro: “bene ragazzi, adesso ci mettiamo a lavoro per metterla su questa scuola. Proprio come la volete voi. Perché la scuola siamo noi!”. Perciò vi dico che la mia scuola consente a Giovannino di avere una voce! Vi dico questo per farvi anche capire di cosa hanno bisogno i ragazzi per costruire il loro benessere a scuola e non solo. Necessitano di educatori coerenti, carismatici, che li ispirino, che vogliano il meglio per loro, con loro e da loro, nulla di più o di meno di ciò che sono in grado di dare. D’altro canto, ciò che i nostri ragazzi vogliono percepire da noi adulti e dall’ambiente che li circonda è che noi li consideriamo già di per sé competenti, così come sono. Questa prospettiva ci mette in grado di abbracciare i loro sogni e coltivarli, restando all’altezza della loro specifica sfida personale. Una sfida che li renda capaci di affrontare il fondamentale compito esistenziale della ricerca di sé stessi, prima di tutto, mentre comunque si ritagliano al tempo stesso un loro ruolo nel mondo.

Ma come si coltiva questo benessere? Come si mantiene questo stato omeostatico di equilibrio e serenità? Qual è, se c’è,  la ricetta? Beh, la prima risposta è… siete già sulla buona strada, well done!  Bravi! Infatti, porsi la domanda significa già aver iniziato il viaggio nella giusta direzione.

Però, una volta partiti, come farei con i miei studenti, disegnerei alla lavagna un bel calderone per iniziare a farvi capire da cosa è composta questa ricetta del benessere. Code di rospo, zampe di grillo o arrosto di formiche? …eh no!

La ricetta è un po’ diversa e non è proprio unica. A dire il vero cambia un po’ per tutti. Soprattutto in termini di dosi, quantità e spesso anche di ingredienti. In generale, ogni bambino e adulto deve trovare la sua ricetta. Anche se devo ammettere che, nel corso degli anni di studi sul campo e non, ho constatato che, pur variando le ricette e le dosi, alcuni ingredienti o elementi di base, si dimostrano utili un po’ a tutti e si ritrovano in varie ‘ricette’. Si, potremmo dire che, in un certo senso, ci sono degli ‘ingredienti di base universali’, che valgono cioè anche per chi ha allergie alimentari o intolleranze particolari!

Entriamo un po’ nel dettaglio della ‘ricetta del benessere’, e vediamo questi elementi di base, comuni un po’ a tutti, bambini e adulti. Per esempio, stare con gli amici, ricevere affetto, sentirsi protetti, sperimentando una base sicura che ci faccia sentire in uno stato di equilibrio, sentirsi a casa, percepire un senso di appartenenza, divertirsi, creare, avere qualcuno con cui  condividere. Questi sicuramente solo alcuni tra i molteplici ingredienti di base essenziali per assaporare il gusto della vita… e dico “solo alcuni” non perché, da grande cuoca, non voglia rivelare tutta la ricetta, sia chiaro! Semplicemente, ripeto, il viaggio di scoperta del benessere è specifico e, per molti versi, individualmente caratterizzato per ognuno di noi. Questo percorso, l’itinerario di questo viaggio, non arriva dall’alto, come per miracolo, o solo leggendo una delle tante ricette. Un tale percorso è infatti fondamentalmente una pratica costante, senza sosta. Perché per stare bene bisogna allenarsi ogni giorno, proprio un po’ come andare in palestra.

Un’altro elemento molto importante è il dialogo con i bambini. Vi svelo un piccolo segreto… la scuola dove opero si dichiara bilingue sulla carta, ma è solo per modestia! Vi assicuro che è infatti trilingue! Trilingue perché si parla una lingua speciale. Quella dei bambini.

La lingua dei bambini è la pedagogia, nuda e cruda, applicata sul campo, che si crea insieme in un rapporto co-costruito giornalmente, fatto di rituali, attenzioni, cura del dettaglio. Il pedagogista, educatore, maestro, adulto formato con un’ottica pedagogica, incontra sempre a metà campo l’allievo. Da questo incontro nascono e si creano nuovi significati, costruiti insieme; persino neologismi e parole ridondanti che rimbalzano tra me, gli studenti e gli insegnanti. Con l’aiuto dei miei studenti, adoro infatti andare a caccia di parole nuove, che parlano specificamente di noi. Anzi, cortesemente, se ne incontrate una nel corridoio mandatela pure nella stanza verde… puo’ tranquillamente unirsi a noi quando si parte insieme per il viaggio della conoscenza! Un viaggio in cui, fondamentalmente, sono tutti allievi e tutti maestri, contemporaneamente. Un percorso all’interno del quale ognuno può portare le proprie conoscenze e risultarne arricchito da quelle di qualcun’altro. Si chiama sfida educativa, un processo attraverso cui ognuno deve essere disposto ad entrare in relazione con l’altro, ponendosi su di un piano dialogico, democratico, di conquista e scoperta paritetico, e che lo lascerà trasformato o comunque arricchito alla fine del viaggio.

Dicevo all’inizio che mi occupo di prevenzione primaria. Questo perché lavoro per prevenire situazioni di disagio proprio sul nascere. In modo da far si che il bambino sappia di avere qualcuno che lo capisce, che convalida le sue emozioni, senza timore di essere giudicato ma, anzi, compreso, sostenuto da me e  dagli insegnanti con cui condivido le mie osservazioni, e dal gruppo-classe che spesso diventa collettivamente parte del processo di supporto.

Ed è così che ad esempio Giorgino, il mio topolino di pezza, si trova ad avere una casa di carta, super accessoriata, creata dai bimbi in persona, per aiutarlo nell’inserimento graduale e gentile di questa nuova casa. Ovvero la nuova scuola, in cui puntualmente anno dopo anno, si farà tanti amici. Per tutti gli animalisti alla lettura (Giorgino  non ha mai subito maltrattamenti, anzi!), i miei bambini hanno pensato a tutto per fargli passare la paura dei fatidici ‘primi giorni di scuola’. Lo hanno accolto in classe, gli hanno riempito la casa di soffici piume per creargli un giaciglio su cui riposare; gli hanno fornito e donato cibo, dal dolce al salato… e persino due coperte che, non si sa mai… ma anche degli amici, tanti giocattoli, pareti della casa ‘cuorose’, un libro per esercitarsi a leggere… d’altronde Giorgino dovrà pur imparare a leggere prima o poi! Non vi elenco tutto il contenuto, perché veramente i bimbi più’ piccoli hanno pensato ad ogni cosa per soddisfare Giorgino e fornirgli una casa-scatolina a sua misura, dove mettere a riposare i suoi dentini.

Ecco questo è solo uno dei tanti esempi delle molteplici attività di cura individualizzata che poi diventa di gruppo. Della grande competenza dei bambini e della loro naturale propensione al sogno che va coltivata, lasciata ardere liberamente accesa e non lasciata spegnere. Curare Giorgino per alcuni bambini diventa un modo giocoso per esorcizzare la paura che alcuni di loro hanno, più di altri, quando si approcciano a scuola per la prima volta, dovendosi allontanare dal nido sicuro della loro amata casa. Ciò che i bambini ottengono, creando questa casa delle coccole per Giorgino, è che anche a scuola si può creare un posto sicuro dove mettere o portare tutto ciò di cui sentono il bisogno; mettendolo al sicuro, nella fortezza creata con l’adulto, in quel binomio fantastico della relazione creata dal patto educativo. A proposito di metterci di tutto in quella casetta, proprio oggi un bambino ci ha messo dentro addirittura una mamma! Ovviamente, anche questo non è un caso di mamma maltrattata! Era di carta gialla e soprattutto handmade.

Come vedete, ci si può trovare proprio di tutto in queste scatole delle coccole o luoghi sicuri. D’altronde, come vi dicevo, la ricetta del benessere varia da persona a persona.

Un’altro aspetto molto interessante del mio lavoro è insegnare ai ragazzi a stare insieme, a farsi degli amici, parlare tra di loro sempre con rispetto e gentilezza; ad apprezzare sé stessi e gli altri, a non voler arrivare sempre primi come Fitzroy First o Maisie Me. Ispirandosi infatti  ad alcuni personaggi delle favole sociali che leggiamo e discutiamo in classe, impariamo  insieme quali aspetti comportamentali possono facilitare delle sane relazioni sociali o creare delle frizioni o blocchi al nascere di relazioni amicali. Queste riflessioni avvengono nei Circle Time, che sono dei momenti didattici dedicati alla conversazione guidata di gruppo, in cui io stimolo il dialogo partendo da un tema specifico, per abituarli a comunicare tra di loro, riflettere, ascoltarsi, risolvere conflitti eventuali o prevenire comportamenti antisociali, attraverso lo studio e la pratica delle Social Skills, ovvero delle abilità sociali.

Non c’è formazione accademica sufficientemente adeguata a scuola se i ragazzi, insieme a tutto il resto, non si arricchiscono di un vocabolario emotivo che li aiuti a crescere emotivamente intelligenti e, dunque, in grado di affrontare tutte le sfide della vita. Occorre ricordare infatti che in ambito decisionale e di problem solving, le nostre emozioni svolgono un ruolo di primo piano e, in un senso molto importante, esse hanno sempre precedenza su tutto il resto… siamo noi infatti ad essere agiti da esse, più che esse ad essere controllate o dominate, da noi. Dunque meglio imparare a conoscerle e farci amicizia, più che imparare a credere di nascondere la polvere sotto il tappeto, senza affrontarle, credendo così, ingenuamente, di soffocarne la voce, che comunque ci parla di noi.

Inoltre, la mia attività professionale mi consente di constatare in maniera evidente come un supporto di facilitazione specifico, riesca a rendere più serena ed efficace la transizione da altri contesti scolastici anche di bambini molto diversi tra loro, provenienti da varie parti del mondo. Questo lavoro di facilitazione, di accompagnamento e di mediazione, via via cucito su misura sulle esigenze specifiche di ciascun ragazzo, incoraggia gli studenti ad inserirsi serenamente nel contesto-scuola, consentendo loro di farsi nuovi amici ed  inserirsi in un gruppo. In questi casi, infatti, l’obiettivo ultimo che mi prefiggo è sempre quello di incoraggiare i ragazzi a percepire la scuola quasi come una seconda casa.

Come avrete forse capito è difficile spiegare di cosa mi occupo, spero di essermi almeno avvicinata dicendovi che creo relazioni, costruisco ponti, intesso legami costituiti da tele invisibili che sorreggono persone, indirizzandole a volte in momenti un po’ più difficili o di passaggio, del loro percorso di crescita. Aiutandole a trovare la loro strada, a saltare dal vecchio al nuovo, anche quando ciò comporti restare sospesi in aria, almeno per un attimo. Infatti, scegliere, cambiare, sono continue costanti nel percorso di crescita, per volare possibilmente sempre più’ in alto, al livello successivo. Un po’ come nei videogames, anche per le loro vite reali, i ragazzi devono affrontare una serie di passaggi obbligati, che noi non possiamo fare al loro posto, che non gli possiamo evitare di compiere, specie se vogliamo vederli crescere. Una volta seminato insieme e lasciato fiorire, possiamo solo scegliere di restare a guardarli con sguardo fiducioso e silenzioso; uno sguardo che rifletta coerentemente ciò che pensiamo di loro: “vai, sei competente, puoi, hai gli strumenti o trovali, costruiscili, tenta, prova, sbaglia, rialzati, riprendi sempre il tuo cammino.

Creare relazioni? Intessere legami? Esercitare un lavoro di cura del benessere in un contesto educativo, significa crescere nell’abilità di rimpicciolirsi, un po’ come se bevessimo la pozione magica di Alice nel paese delle meraviglie. Diventiamo educatori coerenti, in proporzione alla capacità di mantenere vivo e sviluppare l’abilità del chinarsi,  sgonfiarsi, farsi piccoli, abbassarsi. Il tutto per scendere dai piedistalli del sapere che noi stessi ci creiamo, e sui quali spesso ci arrocchiamo. Questo significa anche digerire tutte le teorie apprese e provare ad affacciarci all’altezza del bambino, tentando di innazzalci, nutrendoci della sua conoscenza, esercitando quella sana e attiva curiosità del conoscere l’altro da sé. Cercando di creare una connessione che entri in punta di piedi, delicatamente nella vita dell’altro e nella sua storia autobiografica.

Sappiamo bene che raramente c’è apprendimento se viene a mancare questa speciale relazione. Se l’attenzione fornita è parziale, se non si parla con i ragazzi normalizzando tematiche per loro importanti, amplificando silenzi che potrebbero generare ansie, prevenendo e creando dei tabù; facendo capire ai ragazzi che non solo soli, che possono avere fiducia dei grandi, imparando a fidarsi di loro perché sono esseri perfettibili; magari non dotati di superpoteri ma che sanno accogliere, ascoltare con interesse genuino, creando spazi sicuri di ascolto in cui concedersi il lusso di camminare insieme; magari salire a cavallo dei sogni su di una scopa, o saltellare alla loro unica velocità, garantendogli il diritto di restare bambini per il tempo necessario. Perché non è una gara, non è una corsa, e non c’è fretta… se non quella di rispettare ciò che sono già, e di proteggerlo gelosamente, perché ‘quello che sono già’ è e sarà già un risultato più che sufficiente!

In conclusione sperando di non aver solo confuso le acque già imprevedibili del mio calderone… “l’ordine non e’ mai stato il mio forte”, affido al Piccolo Principe, grande amico di sempre, il compito di riassumere il mio ruolo brevemente. Essendo molto piu’ esperto di me, egli direbbe in due parole che io “addomestico e creo legami!”. I miei allievi, invece, sempre quelli del giornalino più letto della scuola, scriverebbero come riporta lo stralcio di una mia intervista al loro giornale, che apparentemente con aria alquanto seriosa io avrei asserito che “il mio lavoro sia qualcosa di complesso” e, in poche parole, io avrei riferito che nel mio lavoro “osservo i bambini e gli adulti, li ascolto provando ad aiutarli a cercare insieme delle soluzioni, quando hanno dei problemi,  per aiutarli a stare meglio. Usando però sempre un pizzico di creatività”.

Ora, lo so, vi starete tutti domandando “ma non potevi far riassumere prima ai tuoi allievi, che essendo bambini dunque maestri, direbbe la cara Montessori, rappresentano la voce della verità?”. Avete ragione anche voi, ma ancora c’è tanto da imparare anche per me! Come vi dicevo, il viaggio è lungo e personale, e io ho tanta strada ancora da percorrere per creare, inventare e restare ogni giorno  una piccola allieva della vita. Per ora passo e chiudo dalla scuola di Londra è tutto, con la puntata speciale della pedagogia del sorriso.

Eleonora Strangis