È successo. E poi, con quel nome teutonico, Franz, dove doveva andare? Franz Caruso, socialista, con grande sorpresa ma sino a un certo punto, è il nuovo sindaco di Cosenza. Siederà sulla poltrona che fu di Giacomo Mancini senior, rinverdendo, dopo tante sconfitte e delusioni, la stagione socialista che, qui e ora, contamina l’intero schieramento di centrosinistra.

La politica lascia sempre un margine di incertezza. Cosenza doveva ​ semplicemente applicare un copione già scritto. Continuare, rafforzare, l’era degli Occhiuto, freschi di vittoria alle regionali. E, quindi, pronti a un’altra stagione di potere a Palazzo dei Bruzi e giù per li rami. Senonché il diavolo c’ha messo la coda. Al primo turno il Caruso “italiano”, appoggiato da otto liste, contro le tre del “tedesco”, aveva conquistato la prima posizione con un margine che sembrava potesse dargli la massima tranquillità. Invece la situazione è stata ribaltata. Di solito uno vince nella misura in cui l’avversario perde. In questo caso, di cosa s’è trattato? Probabilmente i cittadini che sono andati a votare, perché di questo s’è trattato, hanno colto l’opportunità del disimpegno offerta dalla coalizione di centrodestra che, forse, aveva conti da regolare.

Questo risultato probabilmente avrà effetti sul piano regionale. Per prima cosa il cosiddetto “modello Cosenza”, come accadde al “modello Reggio” di Peppe Scopelliti che sfilò sul Corso Mazzini di Cosenza, collassa non sotto i colpi della magistratura, ma per circostanze endogene. Più in generale, osservando il quadro nazionale dei ballottaggi, si vede che il centrodestra è orfano di una classe dirigente omogenea che possa dettare una linea di credibilità amministrativa.

Mai pomeriggio più uggioso è stati quello che ha passato Matteo Salvini a Catanzaro mentre era in corso lo spoglio.

Alessandra Ghisleri, direttrice di ​ Euromedia Research, spiega i fenomeni del ballottaggio così: «L’incomunicabilità tra i diversi elettorati presenti a supporto dei vari candidati del primo turno ha fatto sì che tantissimi elettori non siano andati a votare. In pratica non ci sono stati apparentamenti e alleanze di rilevo nelle grandi città al secondo turno. Inoltre si è parlato più dei temi nazionali che di quelli concreti che interessano le città. I partiti si sono dimostrati, ancora una volta, distanti dalla gente».

E sulla partecipazione al voto, cioè all’astensionismo? Ancora la Ghisleri: « Partiamo dai numeri relativi alle grandi città. Cinque anni fa, a Torino, al primo turno, votò il 57,18%, quest’anno sempre al primo turno a Torino ha votato il 48,08%, con un saldo negativo di circa 9%. Al ballottaggio di 5 anni fa, dove era arrivata Chiara Appendino, nuova candidata del M5s, contro il centrosinistra, aveva votato il 54,41%. In questa tornata elettorale a Milano al primo turno ha votato il 47,72% mentre cinque anni fa votò il 54,65%, anche in questo caso sono stati persi quasi 7-8 punti in percentuali di affluenza. A Roma nel 2016 aveva votato il 57%, mentre quest’anno il 48,54%. E, sempre nella Capitale, al ballottaggio era andato un romano su due, anche qui come a Torino c’era la novità rappresentata dalla candidata dei 5Stelle Virginia Raggi che fu eletta come la sua “collega Appendino” anche con i voti degli elettori del centrodestra che, pur non apparentati, votarono contro il candidato di centrosinistra.

In questa particolare tornata elettorale non ci sono stati i famosi apparentamenti di cui eravamo a conoscenza negli anni precedenti. I leader hanno dichiarato, forse anche un po’ timidamente, a titolo personale la loro preferenza. Pensiamo a Carlo Calenda e a Virginia Raggi che neppure si è espressa nel merito. È scomparso completamente il desiderio di combinare le forze, quindi tutti i candidati e di conseguenza gli elettorati sono in gran parte rimasti fermi sulle loro posizioni. A Roma c’è stata una forte coalizione delle posizioni contro il candidato Michetti e la Destra nazionale». Il caso Cosenza, con la sua peculiarità, è dentro questa logica.

Bruno Gemelli