l centro sinistra, formato antico, vince le elezioni amministrative. In qualche caso hanno partecipato i cinque stelle, in altri si sono accodati Italia Viva ed Azione. E ovviamente, come perno di tutta la coalizione, il Partito Democratico.

Il Pd di Enrico Letta, che ha stravinto. Letta, ad inizio campagna elettorale, aveva ricordato che il Pd ed il centro sinistra guidavano solo due capoluoghi di regione: Milano e Bologna. Una bella vittoria, aggiunse, sarebbe conquistarne un terzo. E al primo turno si è aggiunto Napoli, dove è stata sperimentata positivamente l’alleanza con i 5 stelle.
Un grande successo sarebbe stata, sempre per Letta, la conquista di una quarta città. Un trionfo se il Pd avesse vinto anche i due ballottaggi di Roma e Torino. Il risultato è ormai noto. Come noti sono quelli di tutte le altre città, diciamo minori, in cui si sono rinnovati i consigli comunali.
A Varese, Savona, Cosenza, Caserta e Latina ha vinto il centro sinistra, a Trieste è stato confermato il sindaco di centro destra, indicato da Forza Italia; a Benevento sindaco è di nuovo Mastella, alla guida di una coalizione, diversa dalla scorsa tornata (era di centro destra) : questa volta è riuscito a mettere insieme Forza Italia e mezzo Pd locale. Un “civico”, insomma.
Ora, comincerà la contabilità statistica, si cercherà di dare una collocazione precisa a qualche “civico”, ciascuno dei partiti metterà l’accento su quel comune, anche piccolo, dove ha registrato anche un piccolo aumento di suffragi. La solita interpretazione di parte, insomma. Tutti, un poco per giustificare la propria sconfitta, un poco per sminuire il valore della vittoria degli avversari, porranno l’accento sulla scarsa, scarsissima affluenza alle urne.
Ricordiamo che le elezioni erano state rinviate di alcuni mesi per il Covid. Ora con la vaccinazione di massa, il green pass sostenuto o contestato (che peraltro non era obbligatorio per accedere al seggio…) le condizioni per la consultazione c’erano. C’erano forse le condizioni … ma non c’era la voglia di partecipare. Anche perché è stato difficile raccapezzarsi tra le tante proposte, civiche, politiche, di alleanze strane, di unioni finte, di contrasti evidenti.


Per chiarire: immaginate un regista che metta in scena una rappresentazione che comprenda contemporaneamente estratti dalle “baruffe chiozzotte”, non nelle versione di Carlo Goldoni, ma in quella meno appassionante di Giorgia Meloni e Matteo Salvini; di “sogno di mezza estate” firmato da Enrico Letta e Giuseppe Conte, al posto di William Shakespeare; e di “uno, nessuno e centomila”, passato da Luigi Pirandello a Matteo Renzi e Carlo Calenda. Tutti protagonisti: insieme, sullo stesso palco, nello stesso momento, con ognuno che recita la sua parte. Cosa può capire lo spettatore? E, ovviamente, nelle successive rappresentazioni il pubblico diventa sempre più scarso. Domanda: può quel regista lamentarsi della mancata partecipazione del pubblico?
Al di là di ogni metafora se uno elettore su tre decide di non partecipare al voto un problema serio c’è. Ma non può servire come alibi per i partiti se sono loro stessi a provocare il disinteresse altrui. Difficile capire chi fomenta malcontenti reali pur di lucrare qualche voto, che non è e non potrà mai essere definitivo, e chi veramente crede in quello che propone e nelle prospettive che offre.

Ho gli anni per ricordare improvvisi e “storici”, non ché fatui boom elettorali: dei Liberali di Malagodi, negli anni sessanta; dei Radicali di Pannella, tra il 1975 e il 1979; degli exploit del Msi di Giorgio Almirante o di quelli del Pci di Enrico Berlinguer. In tempi più recenti l’illusione di aver conquistato grandi consensi nell’elettorato ha colpito Matteo Renzi con il Pd “rottamato”; poi l’omonimo Matteo, il Salvini della Lega del dopo-Bossi, trasformata in “partito nazionale”, e ultimamente i 5 stelle di Beppe Grillo, primo partito ancora in Parlamento, ma già in “caduta libera”. Consensi che sono passati o stanno passando come sabbia nella clessidra. Come insegna la storia italiana del dopo guerra alla fine del giro poi l’elettore torna sempre all’antico. Era così almeno fino alla esplosione di Tangentopoli, all’inizio degli anni novanta. Poi le alleanze hanno prevalso sulle idee: da una parte il centro destra, con quello che Enrico Letta ha battezzato come il “federatore” ovvero Silvio Berlusconi, che pur iscritto al Partito popolare, non ha mai disdegnato di allearsi con gli amici italiani di Le Pen, francese o Orban, ungherese, alfieri della destra nazionalista e populista. Dall’altra parte Prodi con l’Ulivo prima e l’Unione dopo, aveva messo insieme l’extra sinistra con la vecchia schiera di ex democristiani, fusi con gli ex comunisti del Partito democratico di sinistra e poi Pd. Esperimenti che hanno funzionato a singhiozzo e che ora -stando ai recenti risultati, ma anche ai sondaggi- segnano il passo. Si torna ancora all’antico e magari ad un sistema elettorale proporzionale? Difficile da prevedere. Certo la situazione politica ( e partitica) italiana è in movimento.
Le città chiamate al voto, al di là di chi ha vinto o ha perso, hanno indicato una strada precisa: o fate chiarezza sulle proposte, sui valori, sulle indicazioni per lo sviluppo o la delega che chiedete saranno sempre in meno a sottoscriverla. Un alibi per chi perde ma anche una delegittimazione per chi vince.

Giuseppe Mariconda