Se il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è un’opportunità storica per il nostro paese, per il Sud è l’ultima spiaggia, l’ultimo treno, che va preso in corsa, perché i tempi sono stringenti e contingentati. L’Europa questa volta ha scelto la strada dello sviluppo o del debito virtuoso, come dir si voglia, abbandonando il codice del rigore, incardinato, come gli italiani sanno bene, nel trattato di Maastricht entrato in vigore nell’oramai lontano 1° novembre del 1993.

E Dio sa, in questi anni, quante accuse all’Italia “spendacciona”, che peraltro ha sempre rispettato i parametri imposti, sono arrivate dall’Europa, in primis dalla Germania di Angela Merkel (che ricordiamo non esitò ad “affamare” le Grecia pur di mantenere fede alla logica dell’austeritĂ ), di lavorare per smantellare il rigido perimetro del rapporto Pil/debito pubblico. C’è voluta una pandemia dalle dimensioni epocali e planetarie per fare allentare a tutti la presa e guardare al futuro, alla “Next Generation EU – NGEU”. E così il lavoro di Giuseppe Conte prima, bisogna riconoscerlo, e il piano preparato da Mario Draghi, che su questo non ha rivali al mondo, hanno consentito al nostro paese di ottenere l’impressionante cifra di 222 mld di euro, sui 750 complessivi messi a disposizione dell’Unione, gran parte dei quali (672 mld), e questa è la vera svolta europeista, reperiti attraverso l’emissione di titoli obbligazionari, garantiti in solido dagli stati membri della UE. Una mutualitĂ  attesa da decenni, che comincia a dare un’anima politica ad un informe agglomerato di mercati e interessi nazionali. Ora, dunque, i soldi ci sono, e tanti, ma è necessario, dopo l’approvazione in sede Ecofin, nella seduta del 13 luglio u.s., superare due scogli non da poco: il primo riguarda le riforme strutturali che la Commissione ha imposto all’Italia per ottenere i finanziamenti, secondo un preciso cronoprogramma, che Draghi sta rispettando con passo “maniacale”; il secondo attiene invece alla presentazione dei progetti, secondo le linee d’intervento declinate nel piano, che ogni ente locale deve elaborare per ottenere i fondi per la loro realizzazione. E qui la cosa si complica a dismisura, e il perchĂ© è presto detto: gran parte dei comuni italiani non ha l’expertise necessaria; per essere piĂą crudi, non ha le competenze per elaborare i progetti in questione. E il Sud, che in teoria avrebbe almeno 80 mld da spendere, al netto dei fondi strutturali 2021/2027, su questo versante si trova in un mare di guai, come l’Anci si affanna a spiegare, perchĂ© non è solo privo delle professionalitĂ  specialistiche per produrre i progetti ma è alle prese con una carenza di personale drammatica, come ha riconosciuto anche il ministro per la pubblica amministrazione Brunetta, un tempo severissimo con i dipendenti pubblici e la “insopportabile e improduttiva” burocrazia nazionale. Ora, invece, ci si rende conto che senza gli apparati statali o comunque amministrativi non si va da nessuna parte. Negli ultimi vent’anni è accaduto che maldestramente, in nome del patto di stabilitĂ , funzionari e impiegati dei comuni siano andati in quiescenza senza essere sostituiti, portandosi dietro, per altro, un patrimonio di conoscenze e competenze insostituibile che ha lasciato gli enti locali in braghe di tela. Ma, ovviamente, c’è di piĂą. Al Sud amministrare è un po’ una dichiarazione di principio, piĂą che un esercizio di governo una perenne campagna di produzione del consenso, costi quel che costi, visto che nei fatti 1 comune su 8 è finito in dissesto o in pre-dissesto (in Calabria 1 su 7). Una condizione gravissima, aggravatasi in modo pressochĂ© irreversibile dalla sentenza della Corte Costituzionale (nr 80) del 29 aprile 2021, che ha definito incostituzionali le norme che hanno consentito di spalmare a oltranza (fino a 30 anni) i debiti accumulati dagli enti locali in difficoltĂ  finanziarie, stabilendo un obbligo di ripiano ravvicinato. In buona sostanza è finita che le amministrazioni che avevano scelto un lungo piano di rientro, evitando così il dissesto, ci sono finite dentro mani e piedi. Una debacle ancora in corso, dalle conseguenze imprevedibili, tanto che oramai tutti, giusto o sbagliato che sia, invocano un intervento diretto dello stato per ripianare i debiti accumulati nel tempo.  Nel mezzogiorno, poi, c’è un’altra questione drammatica che contribuisce a mettere in forse lo sfruttamento dei soldi in arrivo dal recovery, e riguarda il numero dei comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, che è davvero inquietante. Si pensi che dal 1991 al 18 novembre del 2021, in tutto il paese sono stati emanati 599 decreti di cui all’ex art. 143 del T.U. degli Enti Locali, di cui 235 di proroga di provvedimenti giĂ  in atto. La Calabria dal 2013 in poi detiene il triste primato di essere la regione con piĂą amministrazioni comunali coinvolte, con circa il 45% del totale dei comuni sciolti. Una fotografia sconfortante, che cristallizza una condizione di svantaggio assoluto rispetto ad altre aree del paese, e che fa comprendere come sia difficilissimo, per molti di quei comuni, elaborare progetti idonei ad intercettare i tanti miliardi messi a disposizione dal Pnrr. E tuttavia non si può certo rinunciare in partenza. E’ necessario fare il massimo sforzo per produrre gli studi preliminari. Il governo, che conosce bene la situazione, sta per inviare professionalitĂ  sui territori, assoldate, senza non poca fatica e in misura ancora insufficiente (qualche centinaia) per via della selezione comprensibilmente severa, che addirittura costringe l’esecutivo a varare nuovi bandi per assumere specialisti in grado di aiutare le amministrazioni locali ad elaborare i progetti di massima, prodromi all’apertura dei cantieri. Gli ambiti d’intervento in cui muoversi sono, oltretutto, decisivi per lo sviluppo del Sud: 1) Ambiente, risorse naturali e riqualificazione urbana; 2) Cultura e minoranze etnolinguistiche (grecanica, occitana, arbreshe); 3) Turismo (enogastronomia, sportivo e religioso) 4) Trasporti e mobilitĂ  sostenibili (in via complementari agli ambiti elencati). Alla fine di questo mese ad esempio c’è in scadenza un importantissimo bando per il recupero dei borghi. Cosa, a riguardo, saranno in grado di produrre i nostri comuni è difficilmente ipotizzabile. Si tratta di un lavoro che, come accennavamo in precedenza, spesso deve rispettare scadenze stabilite e non prorogabili. Non si può, altresì, sorvolare sulle dinamiche operative delle strutture commissariali dei comuni, che appaiono spesso impreparate, lente per non dire avulse dall’incedere dei termini stabiliti dal Pnrr. E allora, considerato il contesto prevalente, tutto potrebbe avvenire, se avverrĂ , in tempi del tutto incompatibili. Ecco perchĂ© sarebbe necessario, come sollecita l’Anci, avvalersi con urgenza di team collaudati, magari giĂ  presenti e strutturati nei ministeri o nelle societĂ  pubbliche, che conoscono il Pnrr e non hanno bisogno di periodi di formazione per realizzare i progetti. PerchĂ© se il Pnrr trova genesi proprio nella volontĂ  di eliminare il divario tra aree ricche e aree svantaggiate dell’Unione e degli stati che ne fanno parte, così come stanno le cose, la mission sarĂ  in gran parte vanificata, aprendo le porte alla drammatica e definitiva emarginazione di intere fasce di popolazione, a cominciare, appunto, da quelle del Sud Italia.

Rino Muoio