“Una giornata particolare” è senza dubbio uno dei film più belli di Ettore Scola e si avvale della formidabile interpretazione di due mostri sacri del cinema come Sophia Loren e Marcello Mastroianni.

Quando lo vidi la prima volta, ancora non si parlava di identità di genere né di omofobia, né troppo apertamente di rispetto per la diversità. Il dileggio e lo stupore di fronte a comportamenti ritenuti innaturali erano reazioni assai diffuse. Il fenomeno era avvolto da un alone di tabù e dalla logica del “non si deve dire” perché poteva suscitare disappunto nei benpensanti o, peggio ancora, orrore. Pochi registi affrontavano l’argomento con la giusta sensibilità e, quando questo succedeva, si oscillava da reazioni di forte critica ad accessi di grande ammirazione. Il film cui faccio riferimento è del ’77 ed è ambientato in epoca fascista. Mi folgorò per la forza del suo messaggio e per l’amarezza dei suoi contenuti.

In una società in cui l’uomo non può che essere padre, marito e soldato, il malcapitato che non sia niente di tutto questo, diventa un individuo sospetto, un bisbetico, uno scontroso e per giunta antifascista. Il protagonista è un uomo disperato che non può vivere liberamente la sua omosessualità e proprio a causa di questa viene mandato al confino in Sardegna.

Che i fascisti fossero nemici dichiarati degli omosessuali è cosa nota e direi neanche tanto superata. E non lo è neppure per i diretti eredi del fascismo. Scene immorali ed episodi a sostegno di quest’odio se ne verificano tutti i giorni e le matrici sono indubbie nella maggior parte dei casi.

Dal ventennio ad oggi, mutatis mutandis, lo spettacolo raccapricciante che i senatori della Repubblica hanno dato lo scorso ottobre, quando hanno affossato il ddl Zan  ha dato conferma di una immoralità indegna per chi amministra la cosa pubblica e ha il potere di legiferare. Di fronte a scelte così delicate come la libertà che ogni cittadino può e deve esercitare in tema di sessualità, la destra parlamentare ha preferito il mero calcolo elettorale, la difesa cioè di principi con cui solo un’esigua minoranza della popolazione può concordare. Per fortuna le proteste, le manifestazioni, le urla pacate di dissenso verso questa sciagurata pagina della nostra storia parlamentare dimostrano che c’è una quota considerevole di italiani che la pensa diversamente. Si tratta di una forza vitale che non si rassegna all’ignoranza retriva che, per un pugno di voti, ricorre alla demagogia della famiglia tradizionale, alla banalità delle unioni contro natura, al rifiuto di inesistenti educazioni manipolatorie e alla mistificazione di presunte discriminazioni ideologiche. I giovani e i giovanissimi, per fortuna, sono informati e hanno dalla loro il vantaggio del confronto e della conoscenza. La realtà LGBT, grazie al cielo, non è tabù. Tranne forse per i seguaci di Orban e di Duda che in Italia, purtroppo, hanno ancora un grande seguito. Per sintetizzare, le urla e le ovazioni di ottobre in Senato hanno ratificato una cesura tra un’Italia che non esita a scadere in una volgarità esangue, che sa alzare la voce e scivolare nella platealità dell’agone rissoso, perché è nel suo DNA nutrirsi di avversari da abbattere. E poi c’è un’Italia che chiede un cambio di civiltà che non trova nel Parlamento la giusta rappresentanza.

Quella gazzarra parlamentare è l’ennesimo pugno in faccia ai due ragazzi che si baciano in metropolitana, è uno sberleffo a quelle due mamme che crescono con amorevolezza il proprio figlio, è uno sputo a quell’uomo che non si riconosce più nel suo corpo e che vorrebbe diventare donna, è un incitamento ai bulli che perseguitano un adolescente perché è gay. È un incoraggiamento a quegli stessi bulli che hanno spinto il suo compagno al suicidio.  I fatti del film cui ho fatto riferimento si svolgono il 6 maggio del ’38, giorno in cui Hitler venne a Roma per far visita a Mussolini. È passato un ottantennio da quel giorno ma la crosta dei pregiudizi è ancora resistente e continua ad essere un ottimo serbatoio elettorale. A fronte di tanta sofferenza c’è tanta indifferenza e tanta ordinaria volgarità da parte di chi invece dovrebbe aiutarci a vivere meglio. Qualcuno ha detto che l’affossamento del ddl Zan è stata una prova tecnica di elezione al Quirinale. Ecco, giusto una prova di muscoli può essere. La prova di muscoli di una classe dirigente che non tiene in nessun conto la vita della gente. Non manderà nessuno a Ventotene o in Sardegna, ma è pronta a relegare tanta umanità, frustrata e avvilita dallo squallido spettacolo parlamentare, nel confino ideale dell’irrisione e dell’emarginazione sociale.

Annalisa Martino