Nonostante il carattere apartitico del governo Draghi, anzi forse proprio per questo, non hanno molto successo le proposte di usare la leva fiscale   per redistribuire reddito e ricchezze, riducendo così le disuguaglianze.  Qualche mese fa ci furono reazioni isteriche alla proposta, avanzata da Enrico Letta, di ritoccare l’imposta successione sui patrimoni più elevati per spostare risorse dai defunti ricchi ai giovani.  Eppure l’imposta di successione è uno dei capisaldi della cultura liberale moderna, che considera l’istituto dell’eredità un residuo feudale.  E infatti nessun paese ha una tassa di successione così tenue come la nostra.

Nei giorni scorsi abbiamo sentito nuovamente parlare di “mani nelle tasche degli italiani” – una delle espressioni più triviali ed equivoche del glossario politico –  in occasione della proposta di congelare per un anno lo sgravio Irpef sui redditi sopra i 75 mila euro, utilizzando il risparmio per  calmierare le  bollette di luce e gas delle famiglie più bisognose.  Operazione che ai contribuenti interessati sarebbe costata in media 247 euro l’anno di mancato guadagno. Questa volta la proposta era dello stesso Draghi, che ha  dovuto  però rinunciare per l’opposizione di centro-destra e Italia Viva.
Il politologo Gianfranco Pasquino, in un commento pubblicato da Formiche.net , si chiede  se  Meloni e Salvini, Berlusconi e Renzi stiano segnalando che sono già d’accordo su alcune misure economiche, con quelle che i giornalisti chiamano prove tecniche. Ma soprattutto chiede a Draghi  se  così come esiste un debito “buono” ci sia anche una redistribuzione buona della ricchezza.  Pasquino, grazie all’età e ai buoni studi, crede di ricordare che in passato ce ne sia stata una, quella socialdemocratica, che nell’attuale panorama politico gli sembra però difficilmente replicabile.