Diciamolo in premessa: parlare dei Talent show musicali, ma esistono quelli che si occupano più in generale di arte e spettacolo, senza il rischio di massificare il giudizio è operazione assai difficile, perché la formula del programma, che nasce nel Regno Unito una ventina di anni addietro con “Pop Idol” del discografico Simon Fuller, per poi essere esportata nell’intero occidente, ha una sua mission nobile che è quella dello “scoprire talenti” Un ruolo che per molti anni hanno essenzialmente svolto le case discografiche.

Chi era convinto di avere delle qualità, che la propria musica e i propri testi erano degni del successo del pubblico pagante e non, mandava le cassette (stereo 7) all’indirizzo, della RCA, della Sony e via discorrendo. I produttori ascoltavano i “nastri” e predisponevano un eventuale successivo “provino” In alcuni casi erano gli stessi artisti di successo a fare da tramite tra l’etichetta e il giovane talento, che aveva avuto l’ardire e la fortuna di avvicinare il cantante o uno dei musicisti del gruppo affermato a cavallo del concerto organizzato in una delle mille piazze della provincia italiana in occasione delle feste patronali o di partito, per consegnargli la cassetta e i propri sogni. Poi le cose si sono evolute con l’avvento dell’informatica, del digitale e dell’home recording. Oramai ogni giovane che abbia voglia di misurarsi con il complesso mondo della musica è in grado di produrre un brano a casa propria, con il proprio computer, utilizzando software capaci di mettere su file qualità assai vicina a quella assicurata dalle sale di registrazione, che nel frattempo si sono moltiplicate. Negli anni 60/’70/’80 per registrare bisognava raggiungere le grandi città, Milano in primis, poi Roma, Bologna, Napoli. Ora gli studi sono innumerevoli e distribuiti in tutta la penisola. Il metodo di inviare il proprio prodotto alle major rimane un canale, dunque, valido, ma è proprio il mondo del talent che da un paio di decenni ha affiancato il sistema di selezione dell’artista, che poi viene assoldato dalla case discografica. La formula, dicevamo, è collaudata: grande scenografia, una buona orchestra e una giuria, formata da personaggi del mondo dello spettacolo con elevato appeal televisivo ma non per forza da addetti ai lavori. E qui il primo punto debole. Ma prima di addentrarci, un altro dato. Ogni puntata di un talent ha un costo che va dai 350 mila euro al milione di euro, come nel caso, ad esempio, di Xfactor o Amici. Si tratta d’impegni economici importanti che, evidentemente, vengono ripagati con un’adeguata raccolta pubblicitaria. Va anche detto che è innegabile il ruolo virtuoso svolto dai programmi in questione nel lancio di artisti di grandissimo rilievo. Solo alcuni nomi: Noemi, Marco Mengoni, Anastasio, Giusy Ferrero, Alessandra Amoroso, Emma, Marco Carta, Il Volo, Francesca Michielin, Annalisa, The Kolors fino ai Maneskin.

Tutto positivo dunque? Non esattamente. Le polemiche sui talent, in realtĂ , vanno avanti da tempo e girano su due aspetti fondamentali. Il primo riguarda proprio la competenza dei giurati e di conseguenza la qualitĂ  dei selezionati. Mentre nei primi anni i grandi talenti che hanno giustamente scalato il successo perchĂ© dotatissimi non sono mancati, da un po’ di tempo il livello dei selezionati è innegabilmente calato. Sono pochissimi quelli che hanno qualitĂ  oggettive di grande rilievo e tuttavia, e qui l’altra polemica, finiscono per arrivare a destinazione ugualmente, come nel caso della piĂą grande kermesse canora del paese che è il festival di Sanremo. L’accusa è che i Talent esercitano un potere troppo forte e, nei fatti, finiscono per imporre i loro artisti che, si sostiene, non sempre meritano un posto nell’olimpo del belcanto nazionale. “Oramai non esiste piĂą la gavetta – si afferma ancora – la selezione fatta sul campo, tra il pubblico, nelle piazze. Vai al Talent e finisci a Sanremo” Si tratta di critiche per alcuni versi condivisibili che tuttavia non trovano un fronte comune. Non si capisce, ad esempio, quale sia la posizione dei produttori discografici che da una parte recitano un ruolo oggettivamente defilato nella fase della selezione dell’artista, ma continuano ad avere una funzione determinante nella gestione commerciale dell’artista, cantante o gruppo che sia. La realtĂ , insomma, racconta che tutto si evolve e che i Talent, se da una parte hanno il merito di consegnare alla storia un un fenomeno internazionale di dimensioni stupefacenti come quello dei Maneskin, che fa benissimo al nostro paese, dall’altra promuovono e bruciano, nell’arco di poco tempo e allo stesso modo, promesse e bidoni, perchĂ© non sempre sono in grado di individuarli.
E’, come sempre, il mercato bellezza.

Rino Muoio