Fai il nome di Raf Vallone e la mente va subito a quei capolavori in bianco e nero del cinema italiano neorealista del dopoguerra intitolati “Riso amaro”, “Il cammino della speranza”,

“Non c’è pace tra gli ulivi” o “Camicie Rosse”, a quelle magistrali interpretazioni a teatro dei drammi di Arthur Miller, alla stagione degli indimenticabili sceneggiati televisivi, da “Il Mulino del Po” a “Jane Eyre”. Ma a far uscire l’edizione straordinaria de “L’Unità” di Torino per dare la notizia della definitiva liberazione dal nazifascismo, quel 25 aprile del 1945, c’era lui, assieme a Davide Lajolo, che della testata era redattore capo. Vallone era uomo del sud, nativo di Tropea, figlio di emigranti ante guerra, che si era laureato prima in Filosofia e poi in Giurisprudenza, avendo come docenti, tra gli altri, Luigi Einaudi e Leone Ginzburg. Dotato di grande poliedricità, non era tuttavia un secchione che viveva col capo chinato sui libri, anzi, era appassionato di calcio e con la maglia del Torino, nel 1935, vinse finanche una Coppa Italia. Faceva il servizio militare a Tortona quando ci fu l’armistizio, nel ’43, e poco dopo divenne partigiano. Questa sua scelta venne fortemente influenzata dall’amicizia con Vincenzo Ciaffi, illustre latinista (che curò le traduzioni di Arbitro Petronio, il Satyricon e altre opere) e appassionato di filosofia e di teatro, ma convinto antifascista che già dal 1929 aveva aderito al movimento “Giustizia e Libertà” che faceva capo a Carlo Rosselli e che in seguito aveva dato vita ai primi nuclei italiani clandestini grazie a Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, i citati “maestri” di Vallone Leone Ginzburg e Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Carlo Levi, Cesare Pavese, Riccardo Bauer e molti altri. Entrato in contatto con Antonio Bernieri, uomo di lettere anche lui, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario Italiano e da poco rimesso in libertà dopo essere stato oggetto di particolari attenzioni dall’OVRA, Vallone venne arrestato dalle milizie fasciste e rinchiuso in carcere a Como in attesa di essere deportato in Germania. Ma, quasi come fosse uno di quei film che avrebbe interpretato dopo la fine di quella assurda guerra, durante le fasi del trasferimento riuscì a fuggire, gettandosi nelle acque gelide del lago e salvandosi dalle raffiche delle SS. Riuscì a tornare a Torino, dove continuò, nelle file del Partito d’Azione, l’attività di propaganda contro il regime nazifascista e a dare una mano ai partigiani delle Langhe, dove conobbe Davide Lajolo, il cui nome di battaglia era “Ulisse”, giornalista e scrittore, ma anche un ex gerarca fascista che era arrivato anche a essere Segretario Federale del PNF di Ancona e che aveva convintamente sconfessato il suo passato dopo l’armistizio. Iniziò così la collaborazione tra Vallone e Lajolo, che curarono l’edizione torinese de “L’Unità”, della quale il futuro attore era il responsabile della pagina culturale di quell’organo di un Partito, il PCI, al quale Vallone non volle mai iscriversi perché contrario al regime staliniano.

Letterio Licordari