Diciamolo subito: Al di là delle altre ragioni nobili, a cominciare dal patrimonio di saggezza e altissimo senso di responsabilità che fa subordinare le proprie necessità personali a quelle dello Stato, il percorso che ha di nuovo portato Sergio Mattarella al colle, con 759 voti, il secondo migliore risultato di sempre dopo l’inarrivabile Sandro Pertini, prende le mosse da una matrice comune, che è l’istinto di autoconservazione della gran parte dei parlamentari, al netto di quelli di Fratelli d’Italia motivati da altri interessi politici e di cui parleremo appresso.

Il formidabile collante che ha legato la gran parte dell’emiciclo è stato, dunque, quello di evitare in tutti modi la perdita dello scranno. Perché è vero che l’incapacità di individuare ed eleggere un candidato al Colle costituisce la prova provata dell’inadeguatezza dell’attuale leadership dei partiti, e tuttavia appare lampante come ci sia stata alla base della lunga discussione sul nome, la volontà di evitare in ogni modo il ritorno alle urne e di stabilizzare quanto più possibile questo parlamento fino al termine della legislatura. Una sorta di pregiudiziale, se vogliamo, che non ha consentito agli esponenti dei partiti di tenere alle briglie i propri parlamentari e porre in essere una discussione seria e costruttiva che facesse riferimento alle necessità di eleggere un nuovo capo dello Stato adeguato ad un grande paese e connesso al “sentimento” degli italiani. Ci siamo trovati di fronte, insomma, ad un contesto inquinato da aspettative e finalità esogene all’esaltante quanto delicato passaggio dell’elezione del Presidente della Repubblica. Ma, evidentemente, la chiave di lettura di quanto accaduto in questa settimana e in queste otto votazioni, non può essere solo questa. La seconda è legata alla debolezza delle due coalizioni. In primis quella del centrodestra, che ha trovato nel malcelato duello tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini il punto di divisione più ampio. Uno scontro silente che va avanti oramai da tre anni e che in questa settimana ha trovato sostanza ed evidenza piena. L’affidamento del ruolo di leader e rappresentante del centrodestra nelle trattative per il Quirinale ha caricato su Matteo Salvini una responsabilità politica gravosa quanto insidiosa e, in effetti, il segretario della Lega, nella prima parte pervicacemente posizionatosi su candidature d’area, ha conosciuto una oggettiva sconfitta. Aver presentato ben ventidue proposte di candidature alla presidenza della Repubblica, come egli stesso ha sostenuto, e non essere riuscito a trovarne una condivisa e utile per eleggere il nuovo capo dello Stato è indiscutibilmente un fatto politicamente grave. Se la conduzione delle fallimentari trattative si è, infine, caratterizzata da un palese logoramento del fronte della coalizione del centrodestra, con Silvio Berlusconi che in dirittura di arrivo ha deciso d’intervenire direttamente al tavolo della discussione, la rottura tra Lega e Fratelli d’Italia, che nella votazione finale ha votato Nordio e non Mattarella, proprio per rimarcare la propria autonomia rispetto al resto del centrodestra, appare essere oramai profonda e di difficile recupero. Del resto questa frattura profonda tra Salvini e Meloni è certificata anche dalle dichiarazioni di queste ore di Ignazio La Russa, che non ha esitato nell’affermare la necessità di “rifondare” la coalizione del centrodestra. Ma nel concreto si tratta della conclusione della battaglia per la leadership del centrodestra, che vede già da tempo Fratelli d’Italia con una stimata e significativa prevalenza di elettorato sulla Lega, e, nel medio periodo, per intenderci a conclusione delle prossime elezioni politiche per le quali ha continuato a sollecitarne l’anticipazione, consolidarsi la guida politica di Giorgia Meloni. Una posizione di preminenza di quest’ultima che in caso di vittoria del centrodestra, se mai si presenterà unito alla prossima tornata elettorale, significherebbe la legittima aspirazione alla presidenza del Consiglio. Ma i problemi si registrano anche nel centrosinistra o presunto tale. Intanto all’interno del Partito Democratico, nel quale non sono mancati mugugni all’indirizzo del segretario Letta, che va detto però si era dichiarato convinto sin dall’inizio dell’opportunità di un Mattarella bis, e sugli ammiccamenti tra lui, Salvini e Meloni, e poi nel M5S, quando sulla iniziativa di Giuseppe Conte circa l’autorevole e prestigiosa candidatura di Elisabetta Belloni, sostenuta anche da Beppe Grillo, l’intervento in frenata del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio è stato interpretato unanimemente come un altolà allo stesso Conte, riproponendo l’antica questione della doppia anima dei pentastellati.
Ma sono i circa 180 parlamentari cosiddetti centristi (Forza Italia – Udc – Noi per l’Italia – Coraggio Italia), ritrovatisi sulla candidatura di Pier Ferdinando Casini, quelli che potrebbero avviare il processo di ricomposizione del sistema politico italiano, che arriverebbe a coinvolgere Italia Viva di Matteo Renzi. Un raggruppamento che guarderebbe favorevolmente e da subito ad un rimpasto del governo Draghi, che certamente guiderà l’esecutivo fino a fine legislatura, garantendo gli equilibri internazionali, il completo sfruttamento del PNNR, la gestione della pandemia e della crisi Ucraina. Certo è che proprio Mario Draghi esce da questa esperienza complessa dell’elezioni del capo dello stato, molto rafforzato, anzi sarebbe meglio dire vittorioso, nonostante sia apparsa a tutti piuttosto evidente la propria ambizione al Colle. Forza che si contrappone alla generale debolezza dei partiti, tanto da poter prevedere una sua conduzione ancora più verticistica, decisa e perentoria, per altro confortata da due condizioni favorevoli: il fatto che nessuno sarà disponibile a provocare una crisi di governo, e il pieno e convinto sostegno all’ex presidente della BCE da parte del Presidente della Repubblica.

Rino Muoio