Il soqquadro delle manifestazioni giovanili di questi giorni induce a una forte riflessione. Una delle sfide maggiori che la ricerca pedagogica oggi è chiamata a raccogliere e ad affrontare con determinazione, è indubbiamente la velocità con cui si manifestano mutamenti della società, sotto l’aspetto demografico, economico, sanitario e culturale, mutamenti che rendono sempre più tangibili i limiti del nostro sistema sociale, messo a dura prova dall’emergenza pandemica. Emergenza che sembra avviarsi verso il suo naturale declino ma che lascia dietro di sé un cumulo di macerie.

Vivere in una società così complessa rende necessaria, da parte delle comunità scientifiche, una continua revisione dei suoi saperi e delle sue competenze. Le ripercussioni nei sistemi complessi sui quali operiamo quotidianamente, sono diventati sfuggenti e imprevedibili. Molti contesti di vita sono gestiti dall’approssimazione. Ma nella scuola non può funzionare proprio così! Siamo in una forte emergenza educativa: il picco pandemico ormai riversatosi a pieno titolo nelle scuole, sta deteriorando quegli ultimi sani presupposti di un’educazione e di una formazione ormai compromessa. E questo non dipende solo dalla pandemia, né da politiche sanitarie e sociali restrittive frutto, anche, di graduali riduzioni della spesa pubblica a favore del welfare e della sanità. Questo dipende da una scuola che non funziona più come dovrebbe, che ha perso la sua autorevolezza, che non ha stimoli, che non viene adeguatamente attenzionata dalle autorità istituzionali, che subisce pavida anche l’invadenza di genitori poco avvezzi alla didattica. I sintomi del disagio da parte degli addetti ai lavori sono chiari: stanchezza, frustrazione, delusione, senso d’inadeguatezza. Qualcosa si è rotto. È saltato un equilibrio. E la rabbia dei manifestanti nelle piazze, l’ha dimostrato a chiare lettere. Per non parlare di ciò che si osserva negli istituti scolastici: alunni immobili, automi, distanziati tra loro, dal volto anonimo, dal sorriso represso, dallo sguardo assente, alla ricerca di qualcosa, forse una normalità che ha tutto il sapore di un tempo passato che ritornerà in altre forme e sostanze. Classi in presenza svuotate, classi in DAD, classi in DID. Docenti, burocrati divenuti giocolieri di prestigio, che tamponano ogni emergenza: a volte rassicuranti illusionisti, a volte attenti valutatori di quelle competenze che non potranno mai vagliare fino in fondo. Le scuole, strutture quasi anonime composte da: piantine da rispettare, segnaletiche da attenzionare, percorsi scaglionati, orari intervallati, uscite e ingressi differenziati. Che n’è stato della centralità del processo di apprendimento nell’ambito di questo fenomeno ri-organizzativo? Come continuare a rendere i ragazzi protagonisti di un percorso formativo, di un apprendimento attivo, del learning by doing? La scuola è il presente ma soprattutto il futuro di una società: deve avere priorità su tutto! È necessario presupporre un percorso di trasformazione verso una “normalità” educativa non ancora post pandemica, che purtroppo lascia inevitabilmente intravedere forti momenti di approssimazione, dettati da provvedimenti istituzionali poco affini alla contingenza, dalle carenze motivazionali del corpo docente, e degli alunni di ogni fascia scolare. La scuola ha perso la sua reale identità. E non alludo alla semplice trasformazione di quell’“Attivismo Pedagogico” di Dewey o della Montessori, in “Pedagogia dell’assistenza”. La centralità del soggetto nel processo educativo ormai sembra un miraggio. Ma come offrire oggi a un ragazzo un piano formativo più personalizzato e in linea con le capacità richieste dalla società contemporanea? Purtroppo i saperi e le conoscenze diventano reali competenze, solo se vengono proposti in modo che chi apprende ne sia coinvolto, sia partecipe in prima persona, prenda posizione, ne colga l’importanza per poter così indirizzare le proprie azioni verso un successo scolastico. Oggi c’è bisogno di una scuola impegnata su più fronti: una scuola che non si pone come obiettivi solo l’istruzione dei suoi ragazzi, ma che sia in grado di superare quell’approccio tradizionale che oppone lo sviluppo cognitivo a quello sociale, emozionale, relazionale e che distingua e separi l’istruzione dall’educazione. I ragazzi devono partecipare alle loro scelte, non riusciranno mai ad accettare le imposizioni calate dall’alto. Ci stupiamo se manifestano contro l’esame di stato dopo tre anni di DAD, isolati dal confronto con gli altri, allontanati dagli affetti, dalle relazioni significative, dalle aule, dai laboratori, chiusi in quattro mura? O se mostrano un lacerante disappunto dopo la morte del loro compagno Lorenzo Parrelli mentre terminava il percorso di alternanza scuola- lavoro? La scuola deve promuovere la libera formazione, la libera crescita della personalità. I ragazzi potrebbero anticipare il loro percorso universitario senza diventare vantaggiosi lavoratori di aziende che non formano e non garantiscono neppure i fondamentali diritti sindacali. In Italia non c’è alternanza, c’ è sfruttamento. E il ministro Bianchi insiste sul fatto che i tirocini vanno incentivati con i ragazzi perché possano essere un’esperienza di vita importante. I ragazzi vanno a scuola per studiare non per offrire braccia lavoro a titolo gratuito.

Che si lavori, piuttosto, ad un serio progetto culturale ad ampio raggio per avviare una seria riflessione sulla scuola pubblica italiana, per abbattere la dispersione scolastica, ridurre a quattro gli anni delle scuole superiori, aumentare le iscrizioni universitarie e i laureati, abbattere quel muro del 30% della disoccupazione giovanile. Il ruolo della scuola nella formazione integrale del ragazzo, è fondamentale. Finalmente ci si accorge che alle conoscenze di base vanno associate le soft skills, quelle conoscenze non cognitive come l’autocontrollo, la gestione dei conflitti, dello stress, delle emozioni, il problem solving, che preparano gli studenti ad essere agenti sociali di una società complessa. Ma siamo realmente pronti? Forse la ricerca educativa e formativa deve analizzare più da vicino l’evoluzione di una pedagogia ormai obsoleta, in scienza educativa della vulnerabilità e dell’approssimazione assistenziale, in cui l’attenzione verta sulle capacità di resilienza, di valorizzazione e di ottimizzazione delle potenzialità dell’individuo, fruitore ormai di una pedagogia passiva. Per ovvie ragioni l’abbandono scolastico oggi, ha raggiunto percentuali inverosimili. Serve una scuola più inclusiva, che coinvolga e che accoglie. Serve correre ai ripari, trovare soluzioni adeguate, dare risposte tangibili, non soluzioni approssimative. Andare incontro alle reali esigenze dei ragazzi, di quella nuova generazione che il presidente Mattarella attenzionava durante il suo discorso di inizio mandato. La scuola in una società che si rispetti, dev’essere una priorità! L’istruzione e l’educazione devono avere priorità, poiché è il modo migliore di dotare di potere un popolo, quello che gli inglesi definirebbero “people’s empowerment”. Il livello di libertà democratica di un popolo sta nell’istruzione, sta nella sua cultura. Lo stretto rapporto che intercorre tra scuola e società è la base dell’interazione tra democrazia e la cultura del suo popolo. La scuola deve riscrivere le sue linee e non solo qualche ordinanza passeggera che viene rivista appena cambia un Governo. Occorre riportare la letteratura nelle aule, la poesia, l’arte, la filosofia, la storia, lo sport, in poche parole, l’essenza del pensiero e dei comportamenti sociali. In questo scenario, le innovazioni digitali, che ci hanno consentito di sopravvivere in questi tre lunghi anni, non possono essere considerate il segno dell’evoluzione ma vanno ridimensionate a strumenti a supporto di una nuova visione strategica di scuola. Infatti, le nuove tecnologie, per quanto strumenti di intelligenza collettiva, si presentano anche come facilitatori temporali di informazioni tanto da favorire comportamenti superficiali e poco attenti da parte dei fruitori, ragazzi e adulti indiscriminatamente. Questa tendenza va arginata, per Galimberti “Il più inquietante fra gli ospiti” il nichilismo di Nietzsche, “si aggira tra i giovani, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui”. Ma in questi giorni di protesta giovanile si è scoperto un volto sopito di questa generazione: il desiderio di farcela, di lottare, di continuare a crederci, la grinta per opporsi a un sistema che non ascolta. A scuola i ragazzi devono imparare a crescere, a mettersi in gioco, a diventare grandi senza la protezione dell’adulto che decida sempre per loro. Devono imparare ad emozionarsi, ad incuriosirsi, a sbagliare, a gioire e a capire i loro insuccessi. Devono imparare a cadere, a rialzarsi e a stare in piedi meglio di prima. A scuola devono imparare il rispetto, l’amore, l’amicizia, l’impegno, il coraggio e la determinazione. Devono contrariarsi, ribellarsi, lottare. Ma per ripristinare questo nuovo equilibrio, occorre ricreare condizioni che attualmente non esistono e su cui le istituzioni non vogliono investire adeguatamente e le nuove tecnologie non forniscono tutorial. Basta! Che si lavori finalmente ad un serio progetto culturale ad ampio raggio, per avviare una seria riflessione sulla scuola pubblica italiana, per arricchire i programmi, riorganizzare l’organico, riveder gli ambienti di apprendimento e i sistemi di valutazione, abbattere i tassi di dispersione scolastica, ridurre a quattro gli anni delle scuole superiori, aumentare le iscrizioni universitarie e i laureati, abbattere quel muro del 30% della disoccupazione giovanile. La scuola deve tornare un’attrice protagonista di questa nuova rinascita, va interamente ripensata in chiave moderna.
Roberta Croce