La giornalista bielorussa Nobel per la letteratura Svetlana Aleksievic scrisse che “la guerra non ha un volto di donna”. E non si trattava di poesie: a dirlo erano le donne sovietiche inviate al fronte per difendere il paese dall’offensiva di Hitler, durante la seconda guerra mondiale. In battaglia si erano lavate i capelli un po’ più dei colleghi maschi e si erano innamorate, avevano sofferto per le epidemie di pidocchi e rimpianto lo spreco della giovinezza sotto le armi. Finito il conflitto, non erano mai riuscite a dimenticare i gemiti dei feriti, il sangue, le lacrime e i lutti generati dalle loro stesse mani.

Le donne non sono biologicamente compatibili con la guerra, che è virile dimostrazione di potere, ostentazione di una supremazia irragionevole e fondata sull’esercizio forza. Eppure molte di loro militano nelle file suicide dei kamikaze della Jihad, determinate all’estremo sacrificio e per una volta allineate agli uomini, come se quell’adesione alla lotta contro gli infedeli fosse un’inconfutabile legittimazione di parità.

Nella storia dei territori dell’Est tantissime hanno scelto di combattere. Nell’esercito ucraino, in particolare, le soldatesse sono 36.000, il 15%, più di quanto avviene nel contingente russo. Quasi tutte provengono da professioni scientifiche o imprenditoriali, che hanno abbandonato senza battere ciglio per difendere Kiev. Tra quelle che non indossano elmetto e divisa mimetica ci sono le animatrici della resistenza, schierate nelle trincee civili, armate di fucili e molotov artigianali – in loro sostegno è arrivato pure un tutorial dell’ex pornostar Mia Khalifa su come realizzarle a casa.

Si resisterà fino all’ultima goccia di sangue, come ha chiesto il presidente Zelenskyj, che però alla sua first lady Olena ha assicurato un ruolo comunicativo a rischio quasi zero, l’incitamento alla lotta via social (Twitter soprattutto) mentre lei e i figli sono nascosti al sicuro dalle bombe.

Già nel 2014 Facebook era stato sede di reclutamento per il gruppo combattente della Ukrainan Women’s Guard, che conta oggi 30.000 iscritte. Mentre la falange paramilitare “nera” Azov ammette anche l’ingresso di donne ultrasettantenni, tanto da essere stato ribattezzato battaglione delle nonne.

Queste donne non disdegnano affatto l’uso delle armi – non per niente discendono dalla terribile principessa Olga, che prima di convertirsi al cattolicesimo, bruciava vivi i dignitari della tribù rivale e assediava le loro città lanciando come proiettili di carne inermi piccioni incendiati con frammenti di zolfo.

C’è la modella Anastasiia Lenna – ex Miss Ucraina ma anche laureata in marketing e poliglotta – che ha deciso di sparare insieme ai soldati. E la deputata Lesia Vasylenko che posta su Twitter una foto al pc, dove si vede, sulla scrivania, un kalashnikov, che definisce «il mio miglior amico in questi tempi turbolenti». Ma secondo i migliaia di follower adoranti ad essere davvero letale è il suo sguardo di ghiaccio.

Nel libro di Svetlana Aleksievic le combattenti non riuscivano più a dormire, oppresse dai ricordi del fronte, commosse nel visitare pietosamente il campo dove giacevano i caduti. Cosa è cambiato dal 1945 ad oggi? Le donne sono diventate ultraciniche o hanno capito che l’unico modo per occupare i posti che contano è diventare cloni degli uomini, bassezze e brutalità comprese?

Le soldatesse dell’est hanno spesso dichiarato di combattere anche come reazione al patriarcato. Perché in effetti non farlo, nelle zone di guerra, significa occuparsi di rifocillare i militari, cucire tute, asciugare occhi piangenti di ragazzi che potrebbero essere i loro mariti e figli. O essere violentate dai soldati nemici e persino dai propri commilitoni (a raccontare questa storia è stato un documentario del 2012, “The Invisible War” di Kirby Dick, che svela come il venti per cento delle donne soldato nelle forze armate americane subiscano stupri). 

Del resto, i numeri forniti negli ultimi anni dall’Onu sulla violenza contro le donne attestano come persino le cruente barricate di guerra siano il luogo meno pericoloso in cui finire per chi nasce femmina. E per costruire la pace mancano i mezzi. Ai tavoli dei negoziati diplomatici sulle sanzioni europee c’era soltanto una donna, la presidente della banca centrale russa Elvira Nabiullina. In visita al centro di addestramento della compagnia statale Aeroflot di donne ce n’erano, ma si trattava delle statuarie hostess che facevano da ornamento del passaggio di Vladimir Putin.

Aveva ragione Virginia Woolf, che nel suo pamplhet pacifista “Le tre ghinee” immaginava l’estinzione della guerra con l’utopica costituzione di una Società delle Estranee – ovvero le donne, tali perché escluse dalle stanze delle decisioni cruciali per i destini del pianeta. Secondo Woolf, le donne non saranno mai guerrafondaie perché non avendo riconoscimento dai governi non rischiano l’overdose tossica dei nazionalismi. Non hanno bastioni da difendere, la loro patria è il mondo intero.

Se lo vogliono, a differenza degli uomini, in questi giorni drammatici le donne possono lasciare l’Ucraina, e alla vigilia dell’8 marzo qualche buontempone misogino ha tuonato contro un pretestuoso privilegio sessista, alla faccia delle tanto rivendicate pari opportunità. Ma chiunque è capace di comprendere che portare in salvo i propri figli, scappando sotto la neve mentre risuonano le sirene e nel cielo si accendono lampi di fuoco, è una guerra non meno dura di quella sui carri armati. Le sorelle polacche, invece di fare chiacchiere, lasciano nelle stazioni passeggini per le madri di Kiev che sono fuggite senza nulla dietro, con i bambini in braccio. La guerra è anche miseria, fame. E questo non si risolve con gli spari ma nutrendo, con la cura e l’assistenza.

Si può ferire letalmente anche con le parole. Quelle dell’ucraina che in video virale si è rivolta a un soldato russo profetizzando la sua morte, di cui sarà testimone la fioritura dei semi di girasole che lo invita a conservare nelle tasche, quando quel corpo apparterrà solo alla terra. E quelle sussurrate dalla donna che ha prestato uno smartphone al giovanissimo militare russo perché potesse telefonare alla madre. Sono i due volti allo specchio – uno terribile e spietato, l’altro pieno d’amore – delle donne di questa guerra, che nessuno vuole ma nessuno ferma.

Isabella Marchiolo