Come tanti, giocava negli slarghi di periferia di Torino quando lo notò Enrico Bachmann, calciatore svizzero che fu anche capitano della squadra granata della cittĂ . Iniziò, così, per lui come per tanti altri, il sogno di diventare un campione e di giocare, peraltro, con la gloriosa maglia del “Toro”. Vittorio Staccione era nato nel 1904 e apparteneva a una famiglia operaia e socialista. Il suo sogno divenne realtĂ  e, dopo la trafila tra le formazioni giovanili, nel ’24 debuttò nella massima serie. Il suo ruolo era quello di mediano, il ruolo del sudore, dell’altruismo, della blindatura del gioco della squadra avversaria, di quel lavoro oscuro in mezzo al campo esaltato da Ligabue in una nota canzone.



Dopo un primo trasferimento alla Cremonese, dove fu chiamato a fare il servizio di leva, tornò al Torino. Nel frattempo, l’Italia era cambiata, la marcia su Roma aveva stravolto molte cose e Vittorio non mancò di manifestare apertamente il suo dissenso verso il fascismo. Al Torino rimase il fratello Eugenio, che giocava in porta, mentre lui nel ’27 andò a giocare nella Fiorentina, divenendo un pilastro inamovibile del centrocampo. E’ rimasto nel cuore dei tifosi della squadra viola al punto di essere inserito nella Hall of Fame Viola quale miglior calciatore degli anni Venti e Trenta.

Ma a Firenze alla gioia si sostituì il dolore, quello per la perdita della moglie Giulia e della piccola Maria Luisa, morte durante il parto. Rimase segnato da quella disgrazia e il suo rendimento ne risentì sensibilmente. Nel ’31 approdò al Cosenza, allora in terza serie, allenato dall’ungherese Mihaly Balacics, con il quale aveva giocato nel Torino. Con la maglia dei “lupi” giocò per tre stagioni, divenendo beniamino della tifoseria. Poi, dopo un breve passaggio alla squadra del Savoia di Torre Annunziata, chiuse con il calcio, tornandosene a Torino per lavorare alla Fiat Grandi Motori Navali e riprendendo il suo impegno politico di militante socialista.

Fu tra gli organizzatori di scioperi che nel ’44 videro protagonisti centinaia di migliaia di operai nel Nord Italia e che costarono più di mille deportazioni a Mauthausen, sostenne la Resistenza, venne più volte arrestato, l’ultima volta il 12 marzo di quell’anno, assieme al fratello Francesco, presentandosi al Carcere Le Nuove a Torino nonostante i militari tedeschi gli avessero preannunciato la cattura quale pericoloso oppositore politico offrendogli la possibilità di darsi alla macchia. Tre giorni dopo era già in viaggio, su un altro carro merci c’era il fratello Francesco.

Arrivarono a Mauthausen il 20 marzo, dove venne assegnato, con tanto di triangolo rosso sul petto, il segnale per i prigionieri politici, alla «scala della morte», 186 gradini che doveva salire trasportando blocchi di granito, non senza torture. Vi restò per un anno per poi essere destinato al vicino lager di Gusen, dove venne pestato più volte a sangue e subì una ferita alla gamba che gli procurò la morte, il 16 marzo del ’45, per cancrena e setticemia. Il fratello Francesco morì appena nove giorni dopo.
Staccione ha vissuto una vita da mediano e una morte da mediano, passando dalle folle e dalle vittorie negli stadi all’inferno dei campi di internamento cosiddetti “di lavoro” attraverso un dramma familiare indimenticabile. Lo ha fatto con grande onestà intellettuale e fede nei propri convincimenti.

Francesco Veltri, giornalista cosentino, ha scritto “Il mediano di Mauthausen”, edito nel 2019 da Diarkos/Gruppo Rusconi, un libro nel quale traccia sapientemente la storia di Staccione incastonandola in uno dei periodi piĂą bui per l’umanitĂ . Su argomenti del genere Matteo Marani ha dato alle stampe per la stessa casa editrice nello stesso anno “Dallo scudetto ad Auschwitz. La storia di Arpad Weisz, allenatore ebreo”, che narra le vicende di un calciatore e poi allenatore ungherese che in Italia giocò nell’Inter (Ambrosiana) e che poi guidò la stessa squadra, il Bari e il Bologna, perseguitato perchĂ© ebreo e fuggito nei Paesi Bassi, ma catturato e internato ad Auschwitz, dove morì il 31 gennaio del ’44.

Una storia che “prende”, quella di Staccione, personaggio che è stato ricordato dal mondo del calcio e dalle Istituzioni per aver pagato con la vita le sue scelte contro l’oppressione nazifascista. A Cremona con una lapide nello stadio, a Torino grazie anche alla squadra granata e alla Fiorentina, con la posa di una pietra d’inciampo, e a breve lo sarĂ  anche a Cosenza, cittĂ  che ha amato e che lo ha amato, con un’iniziativa congiunta del Comune, dell’ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea), dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e del Cosenza Calcio.

Letterio Licordari