Chi in età adolescenziale non ha mai inneggiato alla squadra del cuore con il più semplice degli incitamenti, a metà tra l’inno e la cantilena: “Olio, petrolio, benzina e minerale per battere… (qui il nome della propria squadra…) ci vuol la nazionale”? Personalmente ho iniziato dopo la metà degli anni Cinquanta nell’allora stadio di piazza d’Armi (si chiamava proprio così…) ad Avellino. Serie C, abbonamento regalato per una promozione a scuola, avvio della passione, alimentata poi anche da interessi professionali.

Ma siamo già oltre. Torniamo agli anni Cinquanta ed ai giovanili entusiasmi per il calcio giocato e la maglia azzurra. Elencare le formazioni di allora sarebbe una ricerca, o uno sforzo superfluo. Tutti ricordano gli anni imbattibili del Brasile, al quale noi neofiti contrapponevamo la storia degli anni trenta, quella che ci avevano raccontato: due campionati mondiali consecutivi e nel mezzo anche una Olimpiade. Con il mitico allenatore Pozzo, che portava nel nome Vittorio, i presagi di un successo irripetibile. Ma ecco profilarsi la prima del trittico (e mi limito…) di delusioni collettive. Già perché se la squadra del cuore divide la nazionale unisce. O forse sarebbe meglio scrivere: univa, giacché con le recenti spinte separatiste ora, e con l’illusione della potenza – anche calcistica- dell’allora Unione Sovietica, qualche distinguo e qualche differenziazione si sono sempre registrati. Il più recente? A Italia ‘90 quado il “napoletano di adozione” Diego Armando Maradona capitanava la sua Argentina, proprio allo stadio San Paolo, che oggi porta il suo nome.

Comunque l’Italia ha sempre partecipato alla fase finale del campionato mondiale di calcio, anche in Svizzera nel 1954, quando venne eliminata in uno spareggio proprio dai padroni di casa. Delusione? Certo ma mai tanto forte quanto quella che si prospettava quattro anni dopo. Belfast, Irlanda del Nord, 4 dicembre 1957 stadio Windsor Park: all’Italia basta un pareggio per la qualificazione al mondiale di Svezia avendo vinto 3 a zero in casa. Tutto è pronto per la gara decisiva, ma l’arbitro, l’ungherese Istvan Zsolt e i due guardalinee (non c’era il quarto uomo allora), restano bloccati dalla nebbia a Londra. La partita viene trasformata in “amichevole” con un arbitro locale. Amichevole tra virgolette perché è un eufemismo: in campo gli irlandesi picchiano duro e dopo la conclusione della partita il centromediano italiano Rino Ferrario viene aggredito dai tifosi che sfogano così la loro rabbia per un pareggio inutile, come la partita. Ma inviano anche un chiaro messaggio per la partita decisiva.

Si rigioca il 15 gennaio 1958, ancora duri scontri di gioco, sconfitta per 2 a 1 della nazionale di Alfredo Foni (ex campione del mondo) ed eliminazione con una coda di polemiche interne ed internazionali. Contestata la decisione dell’arbitro, lo stesso Zsolt, che aveva tollerato troppi interventi fallosi e a metà del secondo tempo aveva espulso Ghiggia e contestazione per Foni che aveva schierato una formazione tendente al bel gioco ( quattro oriundi Montuori, Da Costa, Schiaffino e lo stesso Ghiggia) anziché  una formazione chiusa a riccio come il Padova di quei tempi con in panchina il mitico Nero Rocco, l’inventore del “catenaccio”, ovvero quello che fu battezzato poi il “gioco all’italiana”.

Prima ma non unica delusione tra le tante soddisfazioni che i nostri calciatori ci hanno saputo regalare. Rapidamente un breve riepilogo: delusione amara anche nei successivi tornei, dal Cile (ancora i padroni di casa a punirci…) all’Inghilterra, dove pensavamo di aver toccato il fondo con il gol di Pak do Ik, un dentista della Corea del nord, che trafigge Albertosi, la nazionale di Edmondo Fabbri e il cuore di milioni di italiani.

Sintetizzando ora una breve carrellata dei successi indimenticabili: la vittoria sui padroni di casa argentini, poi laureatisi campioni del mondo, fino al trionfo del Bernabeu con Bearzot in panchina e Sandro Pertini in tribuna, e avanti ancora per arrivare a Berlino con il rigore vincente di Fabio Grosso e terzo titolo mondiale. Una storia recente e passata che si può ripercorre con gioia o con amarezza sulle decine di pubblicazioni che raccontano del calcio giocato, come il recente volume di Riccardo Cucchi che rievoca “la partita del secolo”, ovvero la vittoria storica con la Germania (4 a 3) a Città del Messico che ci catapultò in finale contro il Brasile di Pelè, imbattibile, come dimostrò il campo.

Amarezza certo per una vittoria solo agognata, ma mai quanto le ultime due delusioni collettive. Proviamo a ricordare con il groppo in gola. Ci sono due nomi che legano le due ultime tristi prestazioni della nostra nazionale: Aleksandar Trajkovski, 30 anni di Skopje, e Jorginho, anche lui trentenne, brasiliano naturalizzato italiano. L’uno attaccante della Macedonia del Nord, un passato nel Palermo. Il secondo ora al Chelsea, ma idolo dei tifosi napoletani. Certo i gol di Trajkovski non sono stati proprio decisivi, ma hanno avuto un riscontro negativo per due volte consecutive. Mentre i due rigori sbagliati da Jorginho sono stati davvero nefasti. Vediamo perché.

Per qualificarsi a Russia 2018 all’Italia serve aggiudicarsi lo spareggio con la Svezia, tra le migliori seconde classificate. Il sorteggio nei gironi non era stato dei più fortunati: ci aveva messo a confronto con la fortissima Spagna, ma a togliere ogni residua illusione di qualificazione diretta ci aveva pensato il pareggio di Torino con la Macedonia proprio di Trajkovski, suo il gol dopo quello di Chiellini. La nazionale, affidata a Gian Piero Ventura non brilla e a Solna in Svezia perde con un gol di scarto. Non sembra impresa ardua recuperare nella gara di ritorno a San Siro. Ventura prova a cambiare formazione e decide di far debuttare il regista napoletano Jorginho. Gioco lento, prevedibile; in sostanza la porta degli ospiti resta inviolata e a piangere sono gli azzurri capitanati da Buffon, che chiude così la sua straordinaria carriera in nazionale.

Qatar 2022. La storia si ripete, purtroppo e in primo piano tornano i due nomi.

Jorginho sbagliando due rigori contro la Svizzera e Trajkovski non sbagliando, nei minuti di recupero, l’unica occasione da rete per la Macedonia del nord impedisce così l’ultimo decisivo (e forse improbo) confronto di spareggio con il Portogallo. La trasformazione di uno dei due rigori dell’ex napoletano avrebbe garantito la qualificazione diretta, che invece è stata conquistata dalla Svizzera. Ma questa è cronaca vissuta in diretta e che amareggia ancora.

Delusioni, confronti, dibattiti, accuse hanno fatto sempre da corollario alle mancate conquiste. Ma se per Russia 2018 si poteva invocare la legge dei grandi numeri, si poteva sottolineare cioè che erano passati ben sessant’anni dall’ultima eliminazione, questa volta la cosa che si ripete apre a riflessioni sulla situazione complessiva del calcio italiano. Necessari interventi e rimedi. Quali? Difficile dirlo, d’altra parte spetta a chi ricopre ruoli di responsabilità e può decidere. E bisogna farlo con rigore. Evitando di sbagliare ancora una volta.

Il Commissario tecnico Roberto Mancini dopo qualche giorno di silenzio, come si dice, ci ha messo la faccia ed ha spiegato che intende proseguire dopo la brillante gestione che aveva portato l’Italia alla conquista di un inatteso campionato europeo, solo la scorsa estate. Ma si sa la vittoria si condivide, le sconfitte sono individuali. Non resta che aspettare. E sperare.

Giuseppe Mariconda