Nel Canto 13 dell’Inferno di Dante ci si imbatte in una frase celebre: “Io credo ch’ei credette ch’io credesse…”.

In questo periodo – la fine di gennaio in particolare -, nel quale l’opinione pubblica italiana è stata stressata da vicende istituzionali che avevano il retrogusto amaro della “politique politicienne”, il cittadino medio, interessato a seguire le vicende in corso più da vicino, ha seguito, dai diversi canali televisivi, i pareri dei vari opinionisti invitati di volta in volta a commentare gli avvenimenti.

La settimana che ha preceduto la rielezione del presidente Mattarella è stata ricca di commenti che dicevano tutto e il suo contrario. Il grande pubblico, facendo zapping tra una rete e un’altra, ha potuto, con pazienza, confrontare le diverse tesi.

Questi opinionisti, una volta, era facile trovarli sulla carta stampata. Non che adesso siano scomparsi, ma i giornali quotidiani in particolare, per vari motivi, diciamo un po’ sbrigativamente, economici, e non solo, non sono più appetibili. Infatti, purtroppo e dolorosamente, le edicole stanno progressivamente chiudendo.

Tuttavia, i commenti resistono. Ce ne sono stati e ce ne sono, opinionisti, per tutti i gusti. Avvertendo che la parola e la scrittura non sempre coincidono.

Per quello che vale, nulla ovviamente, posso elencare gli opinionisti che più mi garbano. Cioè quelli che guardano e spiegano il passato, il presente e il futuro, evitando di fare gli ultrà della curva. Gusti personali. I miei preferiti sono: Ugo Magri de “La Stampa”, Francesco Bei e Stefano Folli di “Repubblica”, Francesco Verderami e Massimo Franco del “Corriere della Sera”, Peter Gomez de “Il Fatto Quotidiano” (versione online), Augusto Minzolini de “Il Giornale”. E mi fermo qui.

Bruno Gemelli