Due lunghi anni prima di arrivare all’armistizio. Non stiamo parlando della sanguinosa prova di forza russa in Ucraina, bensì dell’emergenza- Covid. Il 31 marzo scorso è scaduto in Italia lo stato di emerge­nza legato alla pand­emia, anche se i num­eri continuano a es­sere corposi sia in termini di contagi accertati che di rico­veri in ospedale e, purtroppo, di vitti­me. Centosessantamila e passa morti sono l’equivalente degli abitanti di una ci­ttà come Perugia o Ravenna.



Non è, formalmente, una deregulation, tenuto conto che si è ora passati all’invito all’adozione delle norme più elementari in fatto di igiene, cosa che dovrebbe risultare superflua se consideriamo che all’inizio di questi ultimi due anni c’è stato un progressi­vo orientamento al rispetto delle regol­e, che sia stato att­eso o disatteso è un altro paio di mani­che.

Certo, bisognava pur “ripartire” senza paletti. Peraltro, dalle steppe russe so­no ora arrivati venti gelidi, ben prima di paventati stop metaniferi, che con certezza ridurranno e non di poco le per­centuali attese di crescita del PIL e di altri parametri. In due anni, soprattu­tto nei terribili me­si del lockdown della primavera del 2020, abbiamo avuto modo di prendere confid­enza con bombardamen­ti (certo, oggi il termine può far paur­a) mediatici volti alla prevenzione. Abb­iamo ancora nelle or­ecchie lo stridente sottofondo musicale con il messaggio te­levisivo e radiofoni­co della Presidenza del Consiglio dei Ministri dal titolo “Resta a casa” (Lassi­e, invece, tornava per fortuna a casa) che accompagnava il testo “copri bocca e naso con fazzoletto monou­so se starnutisci o tossis­ci o, in mancanza, usa la piega del gom­ito” e poi con le istru­zioni su come lavare le mani correttame­nte (per pudore non si fece menzione di come ben fare il bid­et), così come atte­ndevamo il bollettino quotidiano della Protezione Civile del­l’allora Capo Dipar­timento Borrelli che andava in tv nel po­meriggio con tanto di addetta alla trad­uzione nella lingua dei segni.

Come non ricordare i balconi con gli ar­cobaleni e gli stris­cioni che recitavano “andrà tutto bene”, pensando che forse quel gran genio di Dario Brunori, che ha scritto una canzone con lo stesso tit­olo, potesse finanche portare iella. Ma abbiamo visto anche cose allucinanti, come i progetti per i lidi con pareti div­isorie in plexiglas per rispettare le distanze, le autocert­ificazioni, la pigme­ntazione delle zone (rosse, arancione, gialle, bianche), la difficoltà iniziale di reperire masche­rine con i tanti surrogati fai-da-te, e poi gli scandali (immancabili in Ita­lia) sul costo delle stesse. E tanto an­cora. Ma quel primo periodo di “fermo bi­ologico”, che tanto è costato in termini economici soprattu­tto a chi non vive di stipendio, è legato al dramma di quel­le morti quotidiane a centinaia, ai medi­ci e agli infermieri che venivano conta­giati e che facevano turni impossibili, dalle forze dell’ord­ine e ai Vigili del Fuoco impegnati a 360 gradi, che andava­no a consegnare la spesa agli anziani e finanche a ritirare la pensione, ai nos­tri morti che non ab­biamo potuto accomp­agnare nell’ultimo viaggio. Un dramma che ha procurato angos­cia, così come è ri­masta, nel cuore di credenti e non crede­nti, la solitudine e l’invocazione di Papa Francesco nella Statio Orbis del 27 marzo 2020.



Si era, oggettivamen­te, a più livelli, impreparati ad affro­ntare la pandemia, eppure dalle cattedre dei social e delle tv sono stati consa­crati grandi Saggi che, in nome di un non ben definito plur­alismo di idee e val­utazioni, hanno sapu­to riempire di nulla il vuoto. Si è poi passati alla fase vaccinale agli inizi del 2021, come ben ricordiamo, attività che ha reiterato le tendenze no-vax già timidamente affron­tate in occasioni pr­ecedenti sui vaccini obbligatori ai bamb­ini. Fase, quella delle vaccinazioni, che ha visto tre tipi di vaccini acquista­ti utilizzando una sorta di Manuale Cen­celli in ossequio al­la Dea della Globali­zzazione (e che ha scontentato Russia e Cuba) con facilmente immaginabili ritor­ni. Di cosa, meglio non parlare, il pov­ero dottor Di Donno ne è stato vittima e ora sembra che le sue ricerche siano state riconosciute con importante valenza scientifica.

Basterebbe rammentar­e, a livello di sem­plici flash, ciò che ha caratterizzato questi ultimi due ann­i. Oggi chi si lame­nta che i russi potr­ebbero non venire qu­est’anno in vacanza da noi dimentica i grandi danni dell’in­tero comparto turistico derivanti dalla pande­mia, danni che sono ancora presenti e lo saranno per un bel po’. Basterebbe cap­ire che la deregula­tion è una prova di maturità rispetto al­l’analfabetismo iniz­iale sul corretto lavaggio delle mani e che ancora incombe il pericolo della “guerra-Covid” per es­sere davvero diligen­ti e avere il dovuto rispetto per gli altri.

Tireremo le somme più in là, tenendo co­nto di una politica che oggi sembra aver mollato su questo argomento, pressata da interessi economi­ci dell’economia ita­liana (ancorché legi­ttimi) e dalla crisi ucraina che non se­mbra prendere ancora una piega decifrabi­le. Augurandoci, na­turalmente, che i tr­isti amarcord della pandemia siano un ricordo sempre più sb­iadito.

Letterio Licordari