Sul finire degli anni ’90 ho avuto la fortuna di conoscere Leo Valiani, nato a Fiume nel 1908 che allora faceva parte del Regno di Ungheria. Il suo vero cognome era Weiczen.



Era molto malato, già senatore a vita, nominato da Sandro Partini. Lo conobbi nella sede della Società Umanitaria di Milano, un notissimo istituto filantropico. Valiani fu un importante capo partigiano, rappresentante del Partito d’Azione in seno al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia.

Giorni fa il Corriere della sera ha abbinato il libro, con una prefazione di Andrea Ricciardi, “Tutte le strade conducono a Roma” che fu scritto dallo stesso Valiani nell’estate del 1945. In quella occasione l’autore chiarì il senso degli eventi: «Questa non è la storia della nostra guerra di liberazione. La storia conviene scriverla a maggior distanza di tempo e la scriverà meglio, probabilmente, chi non sia stato attore del dramma. Questo è solo il racconto di uno che a quella guerra ha partecipato, ha combattuto, ha odiato, ha ordinato di sparare sui nemici e ha mandato a morte degli amici, che il caso o la selezione della lotta avevano posto alle mie dipendenze. Ma che non perciò ha cessato di amare e di ridere. È un diario». «Uno storico del presente come Gaetano Salvemini», lo definisce Ricciardi.

Bruno Gemelli