Per focalizzare, a quasi trenta anni dalla “caduta” della Prima Repubblica, la figura di Ciriaco De Mita, si può guardare uno spezzone di un film ideato, interpretato e diretto da Renzo Arbore (“FF.SS. Cioè…che mi hai portato a fare sopra Posillipo se non mi vuoi più bene?”), nel quale il protagonista precisa, da “ricottaro” nativo di Nusco, che il politico campano era «’o patrone ‘e l’Italia», tant’è che l’idioma partenopeo è stato più elegante rispetto alle definizioni in lingua italiana (“il padrino”) degli avversari politici, ma soprattutto dei suoi stessi compagni di partito.

Esponente di quella tanto vituperata ma ora, purtroppo, tanto rimpianta Prima Repubblica, De Mita per un bel po’ è stato davvero “patrone ‘e l’Italia”. Uomo delle doppie cariche (è stato Presidente del Consiglio e contemporaneamente segretario della DC, è stato – come Franco Marini – europarlamentare e contemporaneamente deputato), De Mita ha raffigurato l’icona del cambiamento in casa scudocrociata che ha portato alla ribalta volti nuovi, un po’ come avviene nelle squadre di calcio quando i campioni sono al tramonto e si punta su altri giocatori. Vincenzo Scotti, Paolo Cirino-Pomicino furono quelli più rappresentativi e ancora oggi lo psichiatra napoletano, richiestissimo nei talk-show, è mente lucida e obiettiva. Ma De Mita lanciò in politica Romano Prodi, cooptò Sergio Mattarella, diede il peso specifico che in passato non gli era stato riconosciuto a Riccardo Misasi.

De Mita ebbe come alleato-rivale Bettino Craxi, che era stato a Palazzo Chigi prima che lui, dopo i governi-ponte targati DC prima con Fanfani e poi con Goria, ne prendesse possesso. Un insieme di fattori contingenti aveva permesso prima a Craxi, poi a De Mita, di “edenizzare” l’Italia, che in realtà era sempre povera (in tutti i sensi). Nel suo governo (formato su incarico del presidente della Repubblica Cossiga) che durò 15 mesi, dall’aprile 1988 al luglio del 1989 (quando tornò in sella l’eterno Andreotti) gente di qualità e qualche quaquaraquà (gli venne imposto De Michelis come vice-presidente). Si contornò però di vecchi lupi e di avanguardisti del suo partito (Gaspari, i già citati Andreotti, Cirino-Pomicino e Fanfani, e poi Lattanzio, Gava, Emilio Colombo, ma anche Misasi, Galloni e Donat-Cattin, esponenti dell’area più a sinistra, ed emergenti come Rosa Russo Jervolino e Sergio Mattarella), socialisti di spessore e prestigio (Vassalli, Ruberti, Ruggiero, Formica, Ruffolo, Covatta) e rappresentanti dei partiti minori, quali il liberale Zanone, i repubblicani Galasso, Battaglia, Susanna Agnelli e Mammì. Manuale Cencelli rispettato, ma per De Mita, come tutti gli altri capi del governo, allora come oggi, arrivò il giorno in cui si trovò accerchiato e condotto alla tonnara.

In quel periodo, però, è stato davvero «’o patrone ‘e l’Italia». Nulla si muoveva se non dietro suoi “consigli”: d’altronde, era il Presidente del Consiglio… Ciriaco De Mita aveva una inconfondibile cadenza campana, ma sapeva parlare ed era una persona preparata, al di là del brillante percorso universitario alla Cattolica di Milano. Nel seguito, si è sempre occupato di politica, continuando l’attività parlamentare in Italia e a Strasburgo, ha creduto nel Partito Democratico ma è poi confluito nell’UDC (un po’ come i socialisti della domenica che emigrarono ad Arcore dopo le monetine a Craxi), con successivo ritorno a Nusco, dove ha ricoperto la carica di sindaco sino alla scomparsa, per otto anni di seguito, ottenendo nel 2014 una percentuale para-bulgara (78%).

Per Agnelli era “un tipico intellettuale della Magna Graecia” ma, evidentemente l’avvocato non conosceva bene i territori di insediamento dei Greci. Entrambi, però, in quegli anni, erano “patroni ‘e l’Italia” e la politica e il capitale, si sa, vanno sempre d’accordo.

Letterio Licordari