Che il modo di vestire non sia indicativo delle qualità di una persona lo sappiamo dal Medioevo, epoca a cui risalgono le origini del proverbio “l’abito non fa il monaco”.

Tale adagio non lo hanno inventato i millennials per giustificare la disinvoltura nel presentarsi a scuola con pelle nuda in mostra, canottiere o ciabatte, ma fu ispirato dal malcostume dei delinquenti quattrocenteschi di indossare sai e tonache per avere un’apparenza rispettabile pur continuando a compiere, sotto quelle mentite spoglie, le loro scorribande. Da allora nel mondo sono accadute tante cose, ma la dittatura del dress code a scuola è un totem durissimo da abbattere. Le grandi accusate di abbigliamento “non consono” sui banchi sono le ragazze – perché dei maschi si possono incriminare infradito e bermuda vacanzieri, ma lo scandalo scoppia soltanto quando a trasgredire la regola sono le femmine, con i giovani corpi svelati da gonne corte, maglie aderenti, pancia al vento, free clavicola e altre presunte oscenità. L’ultimo caso, nella provincia di Cosenza, ha visto un’allieva in jeans con gli strappi subire un’agghiacciante punizione: le sue gambe sono state foderate con lo scotch da pacchi, un gesto non meno violento di quello di mariti che ordinano alle compagne di tornare a casa a cambiarsi se le vedono uscire in minigonna.

 La ratio dello scotch è la vergogna: coprirsi perchĂ© ogni nuditĂ  è provocante e suscita pensieri malevoli, ovvero sessuali. Questa considerazione fece una dirigente scolastica al centro delle polemiche nel 2020. Il liceo Socrate di Roma emanò una circolare per vietare le minigonne, pericolose perchĂ© sulle adolescenziali cosce rischiava di “cadere l’occhio” dei docenti uomini. Un mirabile modo trasversale di reiterare l’odioso mantra rivittimizzante: se succede un fattaccio, le ragazze in minigonna se la sono cercata, perchĂ© non è il prof a dover tenere a freno la libidine ma le studentesse ad imparare la prevenzione. Insomma, se indossi un top sembra di “stare sulla Salaria”, come si è sentita apostrofare un’altra liceale romana da una docente, che letteralmente le ha dato della prostituta – seguita a ruota sui social da un collega che ironizzava sui genitori che “mandano a scuola le figlie vestite da troie”. 

Ma la scuola non è quel luogo sacro per diritto divino e degno di abiti morigerati, se i fattacci tra i banchi e le cattedre accadono da sempre con o senza cosce su cui far cadere l’occhio. A scoperchiare la pentola è stata negli scorsi mesi una ex liceale calabrese, denunciando un insegnante molestatore e avviando un effetto domino di segnalazioni da tutta Italia, confluite nella pagina Instagram “Call out your School”. Com’erano vestite le prede di quei docenti pedofili? Tute, felpe, sneakers. Eppure i bersagli della vergogna sono aderenze e scollature: avvistarle nei corridoi per i presidi è come agitare il rosso davanti al toro.

 La solidarietĂ  alle ragazze arriva dall’élite dei progressisti, però a mettere i brividi sono i commenti vox populi di chi dĂ  ragione alla censura dell’oufit, con retrograde litanie di “ai miei tempi eravamo piĂą rispettosi”, “i giovani di oggi sono allo sbando”, “la scuola non è una discoteca”. Non sarĂ  invidia da parte di chi ha vissuto la giovinezza con le divise obbligatorie e orribili? Va precisato che non esiste nessuna norma ministeriale sul tema, quindi le decisioni dei presidi dovrebbero almeno seguire criteri di coerenza. Ovvero, tutti in uniforme, comprese le prof emule della regina Grimilde, che per mantenere il primato della bellezza sfiorente non trovò miglior rimedio che spegnere quella fresca di Biancaneve.

 Che poi tante liceali non siano esattamente fanciulle fiabesche è un’altra storia, ma potrebbe darsi che la minigonna la indossino proprio le principesse ingenue rimaste in giro. Magari sono persino studiose, per quanto incredibile sembri a chi considera i jeans strappati incompatibili con la serietĂ  femminile. 

Isabella Marchiolo