La giornalista catanzarese Chiara Spagnolo che scrive per “la Repubblica”, in una corrispondenza dal Salento, ha scritto di recente: «Un’altra lettera di minacce in greco antico a un amministratore
comunale pugliese: dopo l’assessore di Acquaviva delle Fonti Austacio Busto, è toccato all’ex vicesindaco di Parabita (Lecce) Alberto Cacciatore, attuale consigliere comunale e segretario cittadino dell’Udc. La missiva è stata recapitata all’ufficio postale del paese e all’interno conteneva anche una polverina bianca, che è attualmente sottoposta alle analisi del caso. Cacciatore ha presentato denuncia ed è
stato ascoltato dalle forze dell’ordine».


L’erudito e anonimo scrittore colpisce a raffica. C’ha preso gusto.
Dopo Austacio (che è morto prematuramente), ora è toccato ad Alberto ricevere una lettera di minacce scritta in greco antico.
Le parole che usiamo tutti i giorni derivano dal latino e dal greco. Più precisamente quando l’impero romano si espanse in Oriente e incontrò la civiltà greca, aveva capito che si trovava di fronte a un popolo estremamente colto e sviluppato, perciò ne prese il meglio anche dal punto di vista linguistico. Ancora oggi nel nostro italiano usiamo parole di chiara origine greca: biblioteca che deriva da βιβλίον biblìon cioè “libro” e θήκη thèke cioè “scrigno”; cometa che deriva da κομήτης komètes che vuol dire “chiomato”, “dotato di chioma”, infatti le scie delle stelle comete sembrano un manto di capelli dorati; cacofonia, l’accostamento di due o più suoni sgradevoli, deriva da κακός kakòs cioè “cattivo” e φωνή fonè cioè “suono”. Per non parlare di tutti i termini medici: patologia, epatite, emicrania, tessuto ematico, nefrologia, gastrite, dermatologia, arto, e moltissimi altri.
Ecco alcuni esempi di bon ton lessicale: « βολβιτόομαι (bolbitòomai) Puzzare di merda bovina oppure κυνοικòιτης (kunoikòites) Rutto al sapore di cipolle e aceto».
Ma il dialetto calabrese non è male.

Bruno Gemelli